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La bomba le uccise la madre e il fratello «Ci batteremo per arrivare ai mandanti»

Evaristo Sparvieri
La bomba le uccise la madre e il fratello «Ci batteremo per arrivare ai mandanti»

La scandianese Maria Vaccaro ieri a Bologna per le commemorazioni: «Noi ci crediamo e continueremo a combattere»

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Evaristo Sparvieri

INVIATO A BOLOGNA

«Noi ci crediamo, ci batteremo e continueremo a combattere per arrivare ai mandanti». Alla fine della cerimonia in piazza Maggiore, la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, sembra avvicinarsi per sussurrarle qualche parola, prima di recarsi con tutte le altre autorità in piazza delle Medaglie d’Oro, davanti alla stazione, da ieri ufficialmente ribattezzata “Bologna Centrale – 2 agosto 1980”. Sotto la lapide posta in sala d’aspetto, dove esattamente quarant’anni prima scoppiò la bomba, insieme agli altri familiari delle vittime anche la scandianese Maria Vaccaro pone un mazzo di fiori, proprio di fianco alla parete ancora squarciata in memoria delle vittime dell’esplosione. Poi una carezza commossa, sfiorando con la mano quegli 85 nomi di persone che non ci sono più, riecheggiati quasi contemporaneamente fra silenzi e applausi dagli altoparlanti posti in piazza: 85 persone morte nel più efferato attentato della storia della Repubblica italiana, la strage di Bologna del 2 agosto 1980, di cui ieri si è commemorato il 40esimo anniversario, in una celebrazione inedita rispetto al passato, senza il tradizionale corteo dei familiari delle vittime nel rispetto delle norme anti-Covid. E dove la commozione e il ricordo si sono uniti all’impegno e alla fiducia verso la nuova inchiesta mandanti della Procura Generale, che vede fra gli indagati anche la Primula Nera reggiana, Paolo Bellini.

Nell’attentato, Maria Vaccaro perse sua madre Eleonora Geraci, 46enne, e suo fratello Vittorio, all’epoca appena 23enne e da poco sposato con l’allora 21enne Adele Incerti, con la quale viveva a Casalgrande insieme alla loro figlioletta Linda, di soli quattro anni.

«Questa giornata per noi familiari delle vittime rappresenta un passo avanti verso la ricerca della verità – afferma Maria Vaccaro a margine della cerimonia di commemorazione – Adesso speriamo di poter arrivare ai mandanti di quella strage. Noi ci crediamo, ci batteremo e continueremo a combattere per questo».

Eleonora Geraci e Vittorio Vaccaro si trovavano a Bologna per caricare una parente arrivata dalla Sicilia. Vittorio aveva portato la madre in auto e i due erano in attesa del convoglio, a pochissimi metri dal luogo in cui venne piazzata la bomba. L’esplosione, alle 10.25, li uccise sul colpo.

«Del 2 agosto 1980 ricordo molta confusione, non avevo ancora compiuto 18 anni – racconta Maria – mia madre e mio fratello erano partiti per Bologna per andare a prendere una cugina in stazione. Io li aspettavo e quando l’ho saputo non volevo crederci. Inizialmente si diceva che fosse scoppiata una caldaia. Non mi sarei mai aspettata... Poi ci arrivò la notizia che effettivamente entrambi non c’erano più».

L’esplosione della caldaia. È stata questa, quarant’anni fa, una delle primissime ipotesi avanzate dal governo (allora presieduto da Francesco Cossiga) per spiegare l’origine dell’esplosione, nonostante le immediate testimonianze dei sopravvissuti e dei soccorritori, tutti concordi nell’avvertire forte odore di polvere da sparo.

È il primo di una lunga serie di depistaggi sulla strage, messi in atto sin da subito, aggiungendo al dolore e ai lutti anche un senso di ingiustizia che proprio grazie all’impegno e alla perseveranza dei familiari delle vittime è stato trasformato in un lungo e tortuoso cammino verso la verità. Quarant’anni di processi, che hanno portato alle condanne degli ex Nar quali esecutori dell’attentato: Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini, i primi tre in via definitiva e l’ultimo in primo grado, dopo la sentenza all’ergastolo di gennaio.

Una storia processuale grazie alla quale sono stati individuati nel corso degli anni anche i responsabili di numerosi depistaggi, fra i quali il capo della loggia P2, Licio Gelli, secondo la Procura Generale di Bologna uno dei mandanti della strage, nella nuova inchiesta per la quale a maggio è stato chiesto il rinvio a giudizio di Bellini, considerato dagli inquirenti il quinto esecutore, colui che portò la bomba in stazione.

«Tutti noi familiari delle vittime ci siamo sentiti vittime di tante ingiustizie – conclude Maria Vaccaro – se abbiamo ottenuto tanti risultati è stato grazie all’associazione, fondata da Torquato Secci e portata avanti dal nostro presidente Paolo Bolognesi. È grazie a loro se siamo riusciti a ottenere molto. Adesso speriamo di poter arrivare finalmente ai mandanti». —

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