Gazzetta di Reggio

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IL VIGILE DEL FUOCO REGGIANO 

«Non dimenticherò mai quei drammatici soccorsi con il mio cane Cartier»

Nicole Nasi
«Non dimenticherò mai quei drammatici soccorsi con il mio cane Cartier»

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reggio emilia

«Lì sotto ci sono ancora macchine e dispersi, scaveremo tra le macerie fino all’ultimo sasso». Sono state queste le prime dichiarazioni di Alberto Gazza, vigile del fuoco reggiano del nucleo cinofili, rilasciate alla Gazzetta tre giorni dopo il crollo del ponte Morandi di Genova, avvenuto il 14 agosto del 2018.

Alberto stava svolgendo una normale giornata di servizio a Sant’Ilario quando alla radio ha sentito l’annuncio del tragico crollo. «Mi ricordo quegli istanti come se fosse ieri – racconta il vigile del fuoco – Mai mi sarei aspettato la telefonata da parte della direzione regionale. Giusto il tempo di prendere l’attrezzatura e preparare il mio fido compagno Cartier. Alle 13.30 l’elicottero Drago è decollato, insieme a noi, il collega modenese Marco Rubiani e il suo cane Piera».

Gazza è stato richiesto in prima linea proprio per l’abilità del suo amico e collega a quattro zampe e per l’esperienza maturata negli anni di servizio. «Ci abbiamo messo un’ora ad arrivare – continua – Già dal viaggio si poteva intuire la difficoltà della missione. Abbiamo fatto lo slalom tra fulmini, saette e grossi nuvoloni carichi di pioggia che ricoprivano tutto l’Appennino. Dopo una brevissima sosta all’aeroporto di Genova, siamo ripartiti alla volta del greto del fiume».

La prima immagine che Alberto ricorda è quella che ha segnato la tragedia: il camion fermo con i tergicristalli ancora azionati alle pendici della campata rimasta in piedi. «Uno shock – dichiara – Pensare che di zone rosse ne ho viste, ma mai così. Abbiamo scavato tra i sassi, il cemento e i tondini di ferro per due ore senza sosta e senza trovare nulla. Ad un certo punto eravamo stremati, Cartier per primo, e ci siamo presi una pausa».

Dopo la pioggia battente e incessante, l’arrivo di un caldissimo sole. «Una volta ripresa l’operazione non abbiamo smesso fino alle 4 del mattino – conclude – Un continuo via e vai di gente e l’ansia di dover rincominciare da un momento all’altro le ricerche. Il tam tam è stato questo per tutti e tre i giorni che sono rimasto là. È stata un’esperienza toccante a livello umano e allo stesso tempo stimolante e formativa professionalmente parlando. Fortunatamente episodi così non si verificano spesso. Bisogna dire, però, che la ricostruzione dopo soli due anni è un segnale forte. Noi italiani siamo bravi a fare le cose... quando vogliamo». —





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