Gazzetta di Reggio

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IL RICORDO 

«Giorgio non dimenticheremo i tuoi insegnamenti»

UMBERTO DI RAIMO

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UMBERTO DI RAIMO

Ho conosciuto Giorgio Cavicchioni al Professionale Agrario “Motti”, a Villa Gaida: eravamo colleghi, esercitando il nostro arduo ministero tra quei giovani aspiranti agricoltori. Ebbi subito l’impressione di trovarmi di fronte a un gentiluomo di campagna. Non so come dire… vari e diversi aspetti della sua persona (e della sua personalità) mi sembravano suggerire e riassumere l’immagine “classica” del gentiluomo di campagna.

Il portamento agile (ben presto venni a sapere che lo scorrazzare per monti e boschi, a caccia, aveva secondato in modo mirabile una naturale innata prestanza dell’uomo); i baffi importanti e sotto i baffi la forte dentatura: cioè il regno su cui esercitava la sua indiscussa signoria il sigaro immancabile. E poi quel modo di vestire così agevole, elegante e campestre e venatorio tutto in una volta: tipico di chi è nato elegante e lo è sempre e comunque, elegante. E poi c’è il fatto che Giorgio ama la conversazione ed è bello sentirlo raccontare storie e aneddoti di vita vissuta e vicende di caccia. Che bello andare a pranzo o a cena insieme, tra amici e colleghi. E poi le letture e le curiosità “culturali”: quel modo di amare la “cultura” che talvolta si nota in chi ha condotto studi tecnici e vorrebbe avere più tempo per avvicinarsi ai meravigliosi oggetti che affollano quello che si definisce il dominio delle discipline “umanistiche”. Si potrebbe continuare a parlare del gentiluomo di campagna. Ma basta così. Solo va detto che tutta la roba di cui sopra è tutta roba utilissima quando uno fa il docente in un Istituto professionale Agrario, giacché è cosa ben nota che a scuola si insegna principalmente (e forse soprattutto) quello che si “è”.

Ma la scuola è poi una baracca polifunzionale, in cui tutti imparano da tutti: mica solo gli studenti dai docenti (ci mancherebbe solo questo!). E infatti anche a noi vecchi colleghi Giorgio ha da consegnare qualche insegnamento vero e buono, comunicandoci un poco del suo vasto e fanciullesco amore per la vita.

Accennerò al più recente di questi insegnamenti. Qualche tempo fa, un giorno uscimmo a pranzo con un gruppo di amici ex colleghi della scuola. Pranzammo in compagnia di Giorgio che aveva caldeggiato l’occasione conviviale e scelto il ristorante pregevole anche se lui, date le sue condizioni di salute, non poteva certo gustare quei piatti prelibati. Ma l’imbarazzo di noi amici era vinto dallo sguardo benevolo e partecipe di Giorgio, che sembrava anche lui godere appieno dei piaceri largiti da quella imbandigione, pur dovendo contentarsi di una pietanza di tutt’altra consistenza, allestita con amabile solerzia da un cuoco di rara cortesia.

Durante quel desinare si conversò variamente, lietamente, parlando con gran libertà di mille cose, giustappunto come si fa quando si va a pranzo o a cena con amici. Si giunse anche a costeggiare i cosiddetti massimi sistemi. A un certo punto uno dei commensali, uno al quale Giorgio voleva da sempre un bene dell’anima, proclamò una verità incontestabile, asserendo che la vita dell’uomo può ben essere definita una solenne “fregatura”.

A quella sentenza Giorgio replicò, con parole di quieta saggezza, tanto più vere in quanto pronunciate da un uomo lungamente sofferente: «Amico mio tu forse hai pure ragione; ma prova un poco a fare un elenco delle cose belle che hai avuto dalla vita, e confrontalo con l’elenco delle cose brutte; e vedrai che la prima lista risulterà di certo più lunga della seconda». Bene: sarà un gran difficile che io arrivi a dimenticare l’insegnamento che mi hanno trasmesso quelle parole di Giorgio. E se io dovessi oggi fare quell’esercizio di ricapitolazione delle cose belle che ho avuto dalla vita, si stia pur certi che nella lista una posizione sicura la occuperà un dono che ho ricevuto da Giorgio Cavicchioni: la sua amicizia. Generosa, sincera, grata, signorile. —





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