«I Consorzi non speculano la diga di Vetto è necessaria»
Il presidente degli irrigui privati spiega l’importanza dell’invaso «E siamo accorsi per primi sulla presenza di liquami perché monitoriamo tutto»
VETTO
E’ arrivata puntuale la replica di Mattia Reggiani, presidente dell’associazione dei dieci Consorzi irrigui e di miglioramento fondiario privati della Val d’Enza, alle tesi sostenute sulla Gazzetta da Duilio Cangiari di Europa Verde Reggio Emilia in merito alla diga di Vetto. Cangiari aveva affermato, tra l’altro, che i Consorzi irrigui privati non sanno gestire nemmeno il canale di loro competenza, e tantomeno potrebbero occupasi della diga. «Cangiari come prima cosa deve capire l’importanza di questo Consorzio – dichiara Reggiani –. Non si tratta di operazioni industriali o di favore, ma dietro c’è una vasta realtà che segue in modo preciso la cultura del territorio. Vista la scarsità, soprattutto in estate, l’acqua viene sempre usata con parsimonia cercando di evitare ogni spreco. I numeri sono noti a tutti e calcolati in base alle necessità. Per l’agricoltura, 54 milioni di metri cubi d’acqua (nella diga ne servirebbero circa il 50% in più per un totale di 80 milioni di metri cubi), per l’industria 1,6 milioni e infine per l’idropotabile 12 milioni. Le perdite? Il 50% delle risorse idriche definite “perdita” ritornano nelle falde acquifere sottostanti per un utilizzo futuro, senza sprecare nemmeno un goccio d’acqua».
Reggiani cita il Tavolo tecnico regionale, secondo cui si è deciso per un invaso multiuso, della capacità di 110 milioni di metri cubi: «La montagna ha bisogno di questo intervento. Si tratterebbe di una risorsa importante sia per gli abitanti sia per il turismo. Nella nostra zona, infatti, l’acqua viene a turnazione, dal momento che arriva tutta tramite caduta. Ciò significa una calendarizzazione ben precisa e studiata, in giorni prestabiliti della settimana. Se dovesse venire a meno questa gestione sarebbe un vero e proprio disastro».
Reggiani precisa che i Consorzi irrigui privati più vecchi sono «quelli di Vernazza a Montecchio e quello di Sant’Eulalia nel cuore della Val d’Enza, risalenti all’890 d.C., al contrario di quanto dichiarato da Cangiari», il quale aveva indicato Bibbiano come il più longevo. «Non capisco, però, una cosa – conclude il presidente –. Visto che utilizziamo l’acqua per produrre alimenti per le persone, perché gli ambientalisti non prendono posizione sulla qualità delle risorse? Noi richiediamo continue certificazioni per la sicurezza di tutti. Uno dei nostri compiti, infatti, è quello della manutenzione e del miglioramento del nostro territorio. Siamo stati i primi ad accorrere sulle sponde dell’Enza una volta venuti a conoscenza della presenza di liquami, e continuiamo a tenere monitorata la situazione. La nostra quindi non è una funzione speculativa ma necessaria e oculata». —
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