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Nel Paese dove la parola scandalo è morta e i furbetti sono vivissimi (con privacy)

Stefano Scansani
Nel Paese dove la parola scandalo è morta e i furbetti sono vivissimi (con privacy)

In altro clima morale i cinque parlamentari che hanno chiesto il bonus sarebbero già stati colpiti con un calcio nelle terga. Lo scaltro è superiore alla legge. Certi personaggi indegni ora vengono assolti perché - tanto - “tutto è una vergogna”

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REGGIO EMILIA. Un popolo che nel vocabolario sostituisce la parola “scandalo” con “furbetti” è fritto. Anzi, soffritto. Non lo sentite l’odore che promana l’ultima vicenda della serie italiana, quella dei cinque parlamentari della Repubblica che hanno chiesto di ottenere il bonus di euro 600, in quanto partite Iva, a causa della crisi scatenata dal coronavirus?

Non in altri tempi, ma per altre mentalità estinte, una simile azione, anche solo immaginata, sarebbe stata marchiata appunto come uno “scandalo”. E di conseguenza i cinque parlamentari - che intascano fra i 15 e i 16mila euro mensili - sarebbero già stati colpiti con un calcio nelle terga (sono gentile). Invece no.

Scandalo è la parola giusta, ma perduta. Deriva dal greco skàndalon. In origine indicava i tranelli, le trappole, quindi le insidie. “Scadere” avrebbe infatti a che fare con la radice del termine.

Il Vecchio e Nuovo Testamento condannano severamente coloro che appunto danno scandalo (da punire con una macina al collo, col taglio della mano o del piede, con l’accecamento, dipende dal veicolo della colpa). Ma non c’è bisogno dell’assist delle sacre scritture per appena ricordare quant’è abominevole questa condotta. Anche in politica. Più che altro fra i politici.

Scandali di diverse risme: corruzioni, abusi, cattivi esempi, turbamenti. Ma siccome di questi tempi siamo già abbastanza turbati e confusi, ecco che la risonanza di certi fatti diventa inconsistente. Viene diluita. Oggi i responsabili di azioni insopportabili vengono catalogati come “furbetti”. E larga responsabilità di una tale attenuante vezzeggiativa è dei giornalisti.

Così si riduce tutto a una formula verbale pittoresca: i furbetti del quartierino, i furbetti del bonus, i furbetti del Parlamento, i furbetti del cartellino, tangentopoli, rimborsopoli. Così il rigore della legge o solo il vigore della moralità vanno a schiantarsi.

E c’è dell’altro. Se in origine furbo proveniva direttamente dal francese fourbir, cioè ripulire, nell’italiano ha conosciuto varie e nuove accezioni. Dunque chi è furbo è astuto, pronto, scaltro. Alla fine per il subconscio il furbo è qualcuno che si dà da fare per il suo vantaggio. Se poi il furbo si restringe a furbetto, la colpa è già prescritta, e il soggetto giustificato e perdonato. Quasi quasi è anche simpatico. Abbiamo quadrato il cerchio.

La vicenda dei parlamentari richiedenti il sussidio di 600 euro dovrebbe farci sentire orfani di quello che una volta era definito – anche giuridicamente – il comune senso del pudore. Non lo hanno i cinque soggetti, ma nemmeno coloro che tentano di difenderli con giustificazioni circensi o ragionamenti devianti. Come va facendo il leder della Lega, Matteo Salvini, ad esempio.

Per capire come la contraddizione sia imperante, basterebbe ricordare che il capo di quel partito all’inizio ha reclamato la cacciata dei parlamentari raccatta-monetine, profittatori. Ma appena è emerso che costoro erano anche del gruppo leghista, ecco il testa-coda salviniano: non espulsione, ma sospensione immediata.

Salvini domenica ha cinguettato: “Che un parlamentare chieda i 600€ destinati a P.Iva in difficoltà è una vergogna. Che un decreto del governo lo permetta è una vergogna. Che l’Inps (migliaia di lavoratori aspettano ancora la Cig) li abbia dati è una vergogna. In qualunque Paese, tutti costoro si dimetterebbero”.

Se tutto è una vergogna vuol dire che Salvini piuttosto che occuparsi dei suoi due o tre parlamentari mendicanti (offendono i mendicanti) cerca di stemperare “il problema” nell’immancabile zuppa italiana.

Naturalmente il capo leghista, come altri, coglie anche questo improvviso danno interno per sparare contro il governo e i suoi provvedimenti. Che faranno pure schifo, ma non per questo possono assolvere i miserabili.

Sappia Salvini (ma lo sa, lo sa) e perciò chi lo ha elevato a maestro del pensiero, che un conto è l’atto normativo e un altro è la legge naturale. La prima è quella fabbricata dalla politica, l’altro al contrario è quella appunto insita nella natura, umana.

Chiamiamola coscienza morale.

Essa ha il primato, dovrebbe essere il faro che rammenda anche le fragilità o la confusione degli atti legislativi.

Salvini si contraddice perché fino a ieri ha preteso dall’esecutivo fondi a pioggia, la deregulation delle sovvenzioni. E perché con il suo ragionamento da trapezista avalla - paradossalmente - chi si lamenta d’avere avuto i ladri in casa e gli si risponde che, stupido lui, non aveva preso abbastanza precauzioni. La coscienza, prima della legge, invece impone che non si debba rubare, e che chi ruba venga punito.

Mi si dirà che quei parlamentari che hanno attinto al bonus dei 600 euro non hanno rubato. Rispondo: hanno fatto di peggio, perché loro sarebbero deputati a rappresentarci, e a rappresentare la coscienza, perché proprio loro fanno le leggi. E si chiamano onorevoli.

E addirittura c’è il caravanserraglio dell’Inps che non ne vuole fornire le identità dei richiedenti il sussidio per il solito, monotono motivo di privacy. C’è sovradosaggio di privacy.

Questa è la sintesi del commento del costituzionalista Michele Ainis sull’Espresso, particolarmente lucido: “Non si può fare di tutta l’erba un fascio. Ma nel caso dei deputati, il loro diritto alla riservatezza è recessivo rispetto al diritto alla trasparenza, di cui sono titolari i cittadini. C’entra semmai la sensibilità dei diretti interessati: basterebbe un gesto, una parola”.

Ma quale parola, considerando che la parola “scandalo” è morta e “furbetti” è vivissima?

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