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Aborto in day hospital, Possibile Reggio Emilia attacca il vescovo: «Giudizi e ipocrisie che ci inorridiscono»

Luciano Salsi
Aborto in day hospital, Possibile Reggio Emilia attacca il vescovo: «Giudizi e ipocrisie che ci inorridiscono»

Eboli di Fratelli d’Italia dalla parte del monsignore: «Non si può abbandonare la donna alla solitaria sofferenza a casa» 

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REGGIO EMILIA. Non c’è da meravigliarsi se un vescovo interviene sulle nuove linee guida del Governo in materia di pillola abortiva per ribadire la ben nota contrarietà della Chiesa all’interruzione volontaria di gravidanza. Invece i rappresentanti di Possibile, l’associazione di sinistra fondata nel 2013 da Giuseppe Civati, si stupiscono delle parole di Massimo Camisasca e senza perifrasi diplomatiche lo invitano a starsene zitto.

Per ora il titolare della diocesi di Reggio e Guastalla incassa soltanto l’apprezzamento di Marco Eboli, portavoce di Fratelli d’Italia.

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La questione è sorta dall’annuncio del Governo di voler estendere a tutte le regioni la possibilità di assumere la pillola Ru 486 in day hospital fino alla nona settimana di gravidanza, in contrapposizione con le disposizioni della nuova giunta di centrodestra dell’Umbria, mentre in Emilia-Romagna la pillola abortiva viene già somministrata in day hospital fin dal 2010.

Tra le voci contrarie spicca quella del vescovo di Reggio, che vi vede un’ulteriore conferma della “cultura della morte” in un’epoca di grave denatalità e una maniera ipocrita di ridurre le spese ospedaliere a scapito delle donne. Nadia Monti e Alex Isabelle, portavoci del comitato Marielle Franco aderente a Possibile, insorgono:

«Abbiamo letto con stupore le parole di Camisasca, perché è il 2020 e siamo a Reggio Emilia. Troviamo gravissimo che il vescovo abbia definito mamma la donna che si indirizza all’aborto, e riteniamo assurdo dovere ancora giustificare l’importanza dell’accessibilità totale all’interruzione di gravidanza: una donna può volerlo fare per mille ragioni e deve avere il diritto di farlo senza che le vengano fatte troppe domande. Se il vescovo è preoccupato dalla demografia il nostro consiglio è di preoccuparsi di tutto ciò che succede tra l’inizio e la fine di una vita, di quelle condizioni materiali che impediscono a tante persone che vorrebbero diventare genitori di accedere a un welfare che glielo consenta. Abortire non è necessariamente un trauma: lo diventa se si continua a instillare nelle donne quel senso di colpa che ci portiamo dietro da troppo tempo. E, se è un’esperienza difficile, l’importante è che ci siano professionisti e familiari ad aiutare, tanto in day hospital quanto in ricovero. Leggere giudizi e ipocrisie di questo tipo a pochi giorni da una conquista (peraltro parziale) ci inorridisce. In uno Stato laico, su un argomento che riguarda le donne, il silenzio è l’unica cosa che vorremmo sentire sull’argomento dagli uomini di Chiesa».

Eboli, invece, condivide il “duro monito” di Camisasca. Il via libera alla pillola abortiva in day hospital è, a suo parere, «un atto crudele e cinico perché pare ispirato dalla volontà di ridurre i costi sanitari, mentre il ricovero garantisce un’adeguata assistenza. Non si può abbandonare la donna alla solitaria sofferenza a casa, mettendo a rischio la sua vita».

Il portavoce di FdI vede una contraddizione nell’intenzione di incassare i prestiti agevolati del Mes per fare fronte alle spese sanitarie e, nello stesso tempo, risparmiare sui ricoveri per aborto farmaceutico. «A Reggio – insiste Eboli – avremo il Mire, un’eccellenza che potenzierà i servizi per la maternità. Il sindaco dovrebbe alzare la voce per valorizzarla».

Il problema principale, però, a suo avviso non si riduce alla salute delle donne, ma concerne «la sacralità della vita». Quelle che scelgono la strada dell’aborto «forse non ponderano adeguatamente la possibilità di partorire e far nascere il neonato» senza riconoscerlo. «La legge 194 – spiega Eboli – la prevede, ma non ne viene data adeguata informazione».

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