Gazzetta di Reggio

Reggio

Le pietre della Torre di San Prospero sono un atlante di Alpi e Appennini

Mauro Severi*
Le pietre della Torre di San Prospero sono un atlante di Alpi e Appennini

Reggio Emilia, il restauro del segno del potere cinquecentesco della città. Lo studio dei materiali consente una lettura storica, firmata Giulio Romano

6 MINUTI DI LETTURA





REGGIO EMILIA. È il restauro più difficile e complesso che abbia mai fatto. Sono anni o meglio decenni che mi diverto ad affrontare cantieri in cui tutte le teorie del restauro trovano applicazione. Il recupero della cattedrale di Reggio e di quella di Guastalla sono gli esempi più significativi, insieme al cantiere di restauro e allestimento della Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia.

[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:site:1.39203702:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.39203702:1649798961/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

La torre di san Prospero è un simbolo, una dichiarazione di forza, un’affermazione del ruolo e potere di una città che nel Cinquecento sapeva chi era e cosa voleva. Una torre posizionata a sud della chiesa, massiccia e con un’altezza che l’avrebbe trasformata nel simbolo della città, come il Torrazzo per Cremona o la Ghirlandina di Modena. Un campanile o una torre? Siamo portati a chiamarla torre proprio perché vuole essere qualcosa in più di un campanile costruito a lato di una chiesa con la funzione di ospitare le campane.

[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:site:1.39203702:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.39203702:1649798961/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

I nostri antenati volevano che la chiesa del patrono della città, rispecchiasse nel Cinquecento la forza e la ricchezza della città più mercantile delle tre che componevano il dominio estense. Per prima cosa scelsero la forma ottagonale, cosa unica in area emiliana, con il simbolismo dell’ottavo giorno, quello della resurrezione della carne e dell’eternità. La volevano rivestita di pietra e marmo, cosa che neanche nel periodo romanico erano riusciti a fare con la facciata del duomo. Cercarono poi il più bravo architetto del momento, Giulio Romano, impegnato su molti fronti a Mantova.

Infine il manifesto dell’architettura classica, una torre in cui gli elementi architettonici richiamano nei vari piani l’uso degli ordini, uno sull’altro, il toscano o dorico, lo ionico, il corinzio e il mai realizzato composito.

[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:site:1.39203703:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.39203703:1649798961/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

Nelle metope poste al di sotto del primo cornicione un altro manifesto politico, gli stemmi del Comune, quello della Chiesa e dei canonici di san Prospero.

Come spesso capita si parte bene con buone intenzioni, l’uso iniziale di pietre e marmi di Verona che arrivano per via d’acqua attraverso il Mincio e il Po, poi per risparmiare si passa all’uso di pietra arenaria locale di qualità anche scadente e posata con evidenti errori.

Anche allora lavori a metà un po’ come il trittico progettato da Calatrava, ponti, stazione, casello autostradale. Quest’ultimo ormai dimenticato e volutamente osteggiato con la solita giustificazione economica.

Nessuno ammetterà o riuscirà a valutare i vantaggi di immagine ed economici portati alla nostra città dalle opere di Calatrava. Un architetto che abbiamo ringraziato per i capolavori che ci ha dato rifiutandogli la cittadinanza onoraria, tra l’altro mai richiesta. La storia si ripete come dice Vico, ma la nostra torre mai finita è là a far discutere gli storici dell’arte sul suo autore ormai riconosciuto da tutti nel grande Giulio Romano, allievo di Raffaello, celebrato recentemente a Mantova.

A lui dobbiamo anche contributi progettuali per la facciata cinquecentesca del duomo e forse i chiostri di san Pietro. Nella torre ha lasciato una firma, la conchiglia del primo ordine, visibile dal cortile interno e non dalla piazza che sovrasta la porta di ingresso del vano ottagonale di base ha nel punto della cerniera una testa leonina. Un elemento raffigurato negli affreschi di palazzo Tè a Mantova e in altre opere di Giulio.

Il cantiere è stato complesso e particolare per i tanti materiali impiegati e per i continui rimaneggiamenti che ha subito. Non si trattava di restaurare e consolidare una chiesa, un palazzo, ma di intervenire sul rivestimento esterno di una torre con tutto il campionario di interventi manutentivi, riprese con laterizio o sostituzioni ottocentesche. Oltre al mio impegno, a quello del mio collega Giancarlo Grassi e l’entusiastica collaborazione del presidente del Comitato ingegner Ovi, un gruppo di specialisti componenti di un comitato scientifico, ci ha seguito nello studio dei materiali con cui è realizzata la torre e nella ricerca delle migliori tecniche di restauro e consolidamento. L’impresa Leonardo, appaltatrice dei lavori, con grande professionalità ha collaborato alla messa a punto delle metodologie anche in stretto contatto con l’architetto Maria Luisa Laddago della Soprintendenza bolognese e l’ufficio dei beni culturali della Diocesi.

La torre è composta da tre volumi ottagonali sovrapposti e ornati con elementi ripresi dai tre ordini architettonici, manca il quarto mai realizzato. La struttura interna è in laterizio e il rivestimento esterno in pietra, marmo di Verona e soprattutto arenaria delle nostre montagne. Il marmo e pietre di Verona, più resistenti al degrado, sono impiegate come accennato soprattutto nella base e nei cornicioni aggettanti. L’arenaria proveniente da varie zone della nostra montagna, è utilizzata per la maggior parte nelle parti superiori. Si tratta di materiale con colori dal grigio al giallo, al rossiccio al verde, colori caldi morbidi ma poco resistente al tempo e all’aggressione delle intemperie e dell’inquinamento. Se il cuore interno della torre in mattoni è in ottime condizioni per i restauri di oltre trent’anni fa l’arenaria esterna nonostante sia stata anch’essa restaurata si è deteriorata.

Abbiamo effettuato un analisi ravvicinata che ci ha permesso di confermare che la torre ha avuto danni poco tempo dopo la costruzione. Più volte sono statti fatti interventi devastanti che per garantire la staticità delle lastre hanno trascurato l’aspetto architettonico- decorativo. Varie zone con caduta di materiale sono state integrate con laterizi senza seguire come già detto il disegno decorativo della struttura. Tutte le superfici sono state oggetto di un complesso lavoro di pulitura dopo agli oltre trenta anni di inquinamento. Il consolidamento per evitare il rischio di distacchi e cadute di frammenti di pietra è stato fatto con i materiali forniti dalla tecnologia attuale rispettando il monumento e l’aspetto con cui è giunto a noi. Alcune lesene angolari erano state sostituite lo scorso secolo con arenaria più resistente ma con materiale di colore omogeneo grigio scuro. Un'altra complessa operazione ha riguardato il controllo del deflusso delle acque meteoriche e la necessità che i conci spesso posati in modo scorretto e attaccabili dall’acqua venissero protetti con consolidamenti e materiali adeguati.

La conservazione dell’arenaria è molto difficile, non esiste una soluzione definitiva, ma le metodologie impiegate sono le più innovative e sperimentate anche recentemente sulle arenarie bolognesi e sulla Ghirlandina. Il primo cornicione, aggettante realizzato in marmo di Verona sottolinea il passaggio dal primo volume con elementi dorici al secondo, sempre ottagonale, definito architettonicamente con elementi dell’ordine ionico. Il cornicione ha una parte sottostante decorata a rilievo abbastanza conservata mentre le decorazioni verticali e le metope sono molto deteriorate. Nei vari secoli sono stati eseguiti interventi manutentivi con sostituzioni di alcune parti in pietra ma soprattutto con l’uso di laterizi.

Il laterizio è stato utilizzato soprattutto nei due volumi superiori rabberciando le parti mancanti della pietra e così modificando l’aspetto cromatico e materico delle superfici. Nella parte terminale la serie di lesene che doveva reggere la cornice di passaggio al quarto elemento volumetrico mancante, conserva due capitelli corinzi in marmo veronese di splendida fattura. Sono ora ben visibili dalla piazza e dimostrano, se fosse ancora necessario, la cultura di chi ha voluto l’opera. Ora man mano che la torre si svela è possibile leggerla in tutta la sua potenza con i segni delle cicatrici del tempo e degli interventi dell’uomo. Pur nella campionatura dei materiali, dei vari colori l’effetto unitario rimane sempre di grande impatto sulla piazza e sul tessuto urbano della città.

Il restauro ci sta restituendo il monumento come ci è giunto dal punto di vista architettonico privilegiando la sua conservazione. Gli interventi di pulitura e consolidamento ci restituiscono la possibilità di lettura di un opera unica che si aggiunge al patrimonio architettonico di grande valore e direi eccezionale che conserva la nostra città. Terminato il restauro non bisogna però dimenticare che la manutenzione rimane sempre la regola per la conservazione dei monumenti. I materiali con cui è realizzata la torre richiedono monitoraggio e interventi periodici onde evita restauri costosi ma soprattutto l’aggravarsi delle condizioni della materia e la perdita dei suoi elementi. —

*Direttore dei lavori







 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google