In bancarotta la ditta vicina al clan in carcere uno dei sodali dei Muto
Arrestato Fortunato Pagliuso per aver “svuotato” un’azienda dell’autotrasporto rilevata dopo la crisi
Enrico Lorenzo Tidona
GUALTIERI
I camion e il commercio di inerti fanno da sempre gola ai clan della Bassa reggiana, con ditte spesso finite nel mirino delle famiglie della malavita calabrese, che dopo averle rilevate le spolpano lasciandole morire, infilando creditori e investigatori in un vicolo cieco. Copione simile a quello scritto nella vicenda giudiziaria di una ditta di autotrasporti di Gualtieri, fondata da una famiglia del posto e passata poi in mano alla famiglia Muto. Un’azienda dichiarata prima fallita e poi in bancarotta, reato che ha portato ora all’arresto di Fortunato Pagliuso, proprietario di fatto dell’attività.
L’imprenditore pregiudicato di 49 anni di origine crotonese – ma residente a Gualtieri – è stato infatti arrestato in questi giorni dai carabinieri per bancarotta fraudolenta. Nel novembre del 2019 era stato condannato dalla Corte d’Appello di Bologna per quel reato, commesso con la ditta di autotrasporto dopo il 2008. La condanna a 2 anni e 9 mesi di reclusione è quindi diventata irrevocabile il giugno scorso. Pagliuso aveva anche una precedente condanna per ricettazione di automezzi pesanti rubati in Italia e utilizzati in Germania, partita dopo un mandato d’arresto spiccato dal tribunale di Duisburg. Condanna che stava espiando in libertà con la misura alternativa della messa in prova al servizio sociale. Ora, con la condanna per bancarotta, il cumulo delle pene ha spostato il termine della carcerazione al dicembre del 2024, con pena residua complessiva superiore ai 4 anni, che ha fatto scattare l’accompagnamento in carcere del condannato da parte dei carabinieri.
Un capitolo finale che macchia indelebilmente la storia di una ditta fondata nel 1983 e che porta ancora il nome della famiglia reggiana della Bassa: una realtà radicata e capitalizzata con un valore nominale di quasi 100mila euro, ma gravata da debiti e che nel 2006 viene ceduta a un prezzo simbolico – 40 euro – a Benito Muto, capostipite della dinastia di autotrasportatori calabresi radicatisi a Gualtieri e che hanno condizionato il settore. Da lì a due anni Muto vende formalmente l’azienda a Pagliuso, anche se di mezzo – tramite quote e anche un affitto d’azienda – c’è la Autotrasporti Muto di Antonio Muto (classe ’71, figlio di Benito), figura di spicco nelle trame del clan Grande Aracri di Cutro, e condannato poi a 20 anni di carcere per associazione a delinquere e altri reati nel primo grado del processo Aemilia. Antonio Muto e il fratello Cesare hanno costruito con il padre un impero, finito sotto sequestro su richiesta della Dda nel novembre del 2019.
In mezzo alle vicende dei Muto spunta più volte quella della ditta finita in bancarotta, acquisita nel 2006 anche per sfruttare «un marchio che rendesse la sue società (di Muto, ndr) ancor più legate al territorio reggiano», come riportò la curatela fallimentare del tribunale di Reggio. Poi, però, prevale l’idea che «si sia provveduto a “svuotare” la società di tutto ciò che poteva essere assorbito ed acquisito da altre società della famiglia, caricandola, invece, di costi». Ecco allora che il successivo trasferimento dell’intera partecipazione sociale al Pagliuso, «fornitore, dipendente, “amico” della famiglia, pare essere stato un “passaggio di responsabilità” per tutelare il Muto Benito», viene riportato al tribunale fallimentare, che poi passerà le carte alla procura per l’incriminazione di Pagliuso. Il condannato, una volta sentito, si dimostra praticamente estraneo alle vicende della società fallita, alla quale mancano poi bilanci e dichiarazioni, che ne profilano il reato di bancarotta fraudolenta. Un’azione penale scaturita anche dalla sparizione di due trattori della ditta fallita: i documenti erano stati falsificati e i due mezzi erano stati portati in Egitto per essere rivenduti, distraendoli dal patrimonio aziendale. —
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