Rapito il 25 gennaio 2016 venne trovato morto il 3 febbraio in un fosso
REGGIO EMILIA
Il 25 gennaio 2016, quinto anniversario della rivoluzione egiziana, scompare il ricercatore Giulio Regeni, studente di dottorato all’Università di Cambridge. È torturato e ucciso in Egitto. La tragica vicenda che ha portato alla morte del 28enne ha visto susseguirsi smentite, depistaggi, indagini giudiziarie e giornalistiche, ipotesi di complotti, silenzi e accuse politiche. Il corpo di Giulio – nato a Trieste il 15 gennaio 1988 e cresciuto a Fiumicello (in provincia di Udine), prima di trasferirsi per motivi di studio negli Stati Uniti e poi nel Regno Unito – viene ritrovato lungo il ciglio di una strada il 3 febbraio, tra il Cairo e Alessandria. Subito non c’è chiarezza sulle cause della morte. Le autorità egiziane infatti producono due differenti ricostruzioni. Inizialmente l’Egitto non collabora con gli inquirenti italiani che hanno aperto un’indagine. Non vengono ad esempio forniti tutte le prove richieste dalla Procura di Roma. Una situazione che porta il governo italiano a ritirare l’ambasciatore Maurizio Massari dall’Egitto, sostituito poi l’11 maggio da Giampaolo Cantini. Ancora oggi, sul versante delle indagini, non sono emerse grandi novità. Uno stallo che è anche politico, visto che, al di del là del ritiro dell’ambasciatore e delle richieste di collaborazione all’Egitto da parte del governo italiano, l’azione diplomatica non ha mai ottenuto grandi risultati. In questo scenario, alcuni settori dell’informazione hanno accusato varie volte l’Università di Cambridge di scarsa collaborazione con i magistrati italiani.
Da allora, la famiglia di Giulio Regeni, amici e organizzazioni non governative hanno portato avanti appelli, petizioni e mobilitazioni per chiedere la verità sulla sua morte. —
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