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Bernini all’attacco del Pd e di Delrio «Non si è indagato Mescolini si dimetta»

Tiziano Soresina
Bernini all’attacco del Pd e di Delrio «Non si è indagato Mescolini si dimetta»

Il forzista : «Vittima in Aemilia di un crimine giudiziario»  «La prescrizione? Non ho rinunciato, le cause costano»

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Tiziano Soresina

REGGIO EMILIA

Più un comizio politico che una conferenza-stampa di due ore sul caso Mescolini.

All’aperto, in pieno Covid, nel cuore della città, in un giorno di mercato. Se ne parla da troppi giorni perché non vi sia attesa e attorno ai tavolini del bar Dei Teatri s’affollano – in mascherina – cittadini incuriositi, simpatizzanti di Fratelli d’Italia, carabinieri in borghese, avvocati (sono tre) e un paio di persone che si ritengono vittima di errori giudiziari. Come previsto la parte del leone è per Giovanni Paolo Bernini, dirigente a Parma di Forza Italia e manager di una società che opera in campo sanitario. E la voce tonante dell’abbronzatissimo politico – che ovviamente cita a ripetizione il suo libro “Storie di ordinaria ingiustizia” – ha come obiettivi il Pd e Graziano Delrio, arrivando poi a chiedere le dimissioni di Marco Mescolini: «Ha fatto degli errori, penso sia giusto se ne vada nel rispetto della giustizia. Dice di non aver chiesto favori a Palamara. È vero – rimarca sarcasticamente, alludendo al Pd – perché lui i favori li aveva già fatti e doveva solo stare addosso a Palamara per ritirare il premio di guida della Procura di Reggio Emilia». Il primo sassolino che si vuole togliere dalle scarpe ruota attorno all’operazione antimafia Aemilia in cui è rimasto coinvolto, uscendone però indenne («Sono stato vittima di un crimine giudiziario»). Premettendo che «bisognerebbe mettere i mafiosi in carcere e buttare via la chiave», Bernini chiede spiegazioni a Mescolini su quella che lui ritiene una disparità di trattamento investigativo in Aemilia nei suoi confronti («Sono finito inquisito per la telefonata intercettata di un mafioso – Romolo Villirillo, ndr – che scherzava parlando di preferenze in mio favore pagate con un bonifico, roba che se fosse vera non dovevo finire in carcere ma in manicomio»), mentre non avrebbero avuto uno sbocco sia le intercettazioni del 2012 in piena campagna elettorale a Parma («Si evince l’interessamento diretto di due membri del clan, successivamente condannati nel maxiprocesso, nell’indirizzare il flusso elettorale della cosca nei confronti del candidato del Pd in consiglio comunale), sia le frasi captate a Salsomaggiore sull’elezione del sindaco Pd nel 2006 e un anno dopo su degli appalti comunali («Lo scrive l’Arma che vi era un legame che durava nel tempo fra il sindaco ed il clan calabrese»). Mentre la richiesta di spiegazioni relativa a Delrio riguarda un’intercettazione – emersa in un altro procedimento – in cui due consulenti ministeriali parlano di un dossier riguardante l’allora ministro delle Infrastrutture e di foto in cui sarebbe ritratto a Cutro con alcuni esponenti della ’ndrangheta.

Poi pressato dai giornalisti arrivano alcune precisazioni di Bernini su altri processi in cui è stato coinvolto a Parma («Non ho avuto nessuna condanna») e sul perché in Aemilia non abbia rinunciato alla prescrizione relativa all’accusa di corruzione elettorale, per ottenere in aula un’assoluzione piena ritenendosi innocente: «Perché ci vogliono i soldi per pagare gli avvocati in processi così lunghi – replica – e di quattrini ne ho già tolti tanti alla mia famiglia per questa vicenda».

In apertura Marco Eboli – portavoce reggiano di Fdi – ha attaccato Mescolini sia sul tenore delle chat con Palamara, sia sul fatto che non ha risposto ad alcune domande che gli ha posto in una lettera aperta giunta nelle redazioni (in special modo su dove sia finita l’indagine relativa ai dirigenti comunali). Tagliente il finale: « Si è avvalso della facoltà di non rispondere, di solito rispondono così gli imputati, forse Mescolini si ritiene in queste condizioni...». —

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