Il vero nodo di questa ripartenza è la responsabilità del presidente
Andrea Vaccari dell’Ac Boretto sottolinea le difficoltà delle società nell’attuazione del protocollo
IL COMMENTO
ANDREA VACCARI
“Chi ce lo fa fare?”. È la domanda che più di tutte, in questi giorni, è circolata nel nostro gruppo di dirigenti che da qualche anno dedica gran parte del proprio tempo al Boretto. Un concetto ribadito e sottolineato da tante altre società “amiche” con le quali abbiamo discusso sul tema e con le quali abbiamo condiviso dubbi e timori. Negli ultimi mesi, da quando è iniziato questo atipico 2020, abbiamo provato sensazioni contrastanti: siamo passati dall’entusiasmo per la bella cavalcata che ci ha portato in testa al campionato di Prima categoria, abbiamo assistito con apprensione all’evoluzione della pandemia di Covid-19 e qualche settimana fa abbiamo gioito (senza eccessi) per il passaggio in Promozione dopo l’interruzione forzata della stagione. E ora? Ora, come tutti, siamo tra coloro che son sospesi, in attesa di capire se e come si potrà ripartire. Il punto centrale per la ripartenza del calcio dilettantistico è il protocollo diffuso dalla Figc nazionale: un documento che ha al suo interno una serie di accorgimenti inattuabili per dirigenti che svolgono la propria attività per pura passione.
Non sto dicendo che il Covid non sia un problema, ma se siamo “dilettanti” non può esserci chiesto di comportarci da “professionisti”, sobbarcandoci costi e responsabilità fuori dalla nostra dimensione. Senza stare a nominare la prova della temperatura, le autocertificazioni e le varie sanificazioni previste, c’è un elemento che più di tutti è dirimente: il distanziamento. Mantenere un metro di distanza negli spogliatoi significa distribuire la squadra in più locali, fare i turni o non fare la doccia. Quelle dei turni e della doccia da fare a casa sono ipotesi che si possono anche mettere in atto per qualche sera, ma con l’arrivo dei primi freddi è fuori da ogni logica. Quella di suddividere la squadra in più spogliatoi è già più attuabile, ma solo per chi dispone di strutture larghe e moderne. Se anche si riesce a distribuire venti calciatori in tre spogliatoi per gli allenamenti, come si può gestire una partita di campionato?
Per esperienza diretta, cito il caso di Boretto, dove disponiamo di due soli spogliatoi dove si alternano, durante la settimana, la prima squadra, due squadre di amatori e due squadre di bambini. Nelle serate in cui due squadre si alleneranno contemporaneamente non ci saranno affatto i presupposti per rispettare i protocolli.
Il metro di distanza all’interno suona come un controsenso perché poi, una volta in campo, i giocatori vengono a contatto a seguito dei contrasti e delle marcature. Si dice che a rispondere penalmente, in caso di contagi, saranno i presidenti delle società. Se davvero questa ipotesi sarà confermata, non ha senso ripartire. Non possiamo assumerci responsabilità che vanno oltre le nostre competenze. Lunedì sera saremo tra quelle società che chiederanno di rivedere il protocollo: sappiamo che non è stato deciso dal Comitato regionale ma chiediamo di portare a Roma le istanze delle società preoccupate per la ripartenza. —
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