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Palamara, chat, piazza, Reggio rieccola qua. È il brodo di coltura dei dissidi nazionali

Stefano Scansani
Palamara, chat, piazza, Reggio rieccola qua. È il brodo di coltura dei dissidi nazionali

Apriti cielo, l’inorridita Italia ha nuovamente scoperto l’acqua calda. Del Bue: «È un procuratore nominato esattamente come gli altri»

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REGGIO EMILIA. Non ci piace il giustizialismo piazzista delle destre. Non ci piace il garantismo silenziogeno impartito dal centrosinistra. Noi siamo gli adoratori dello “ius murmurandi”, del diritto al mugugno. Mugugno ora più che mai, per il caso Mescolini che è figliato dal caso Palamara.

In breve: l’ex pubblico ministero del processo Aemilia attraverso conversazioni Whatsapp ha sollecitato la sua agognata nomina a procuratore di Reggio Emilia. Tutto registrato. Tutto intercettato. Problemino: Palamara è l’ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (espulso) ed ex componente del Consiglio Superiore della Magistratura.

Perché la Procura di Perugia contesta a Palamara i reati di corruzione in atti giudiziari e violazione del segreto istruttorio. Che non sono poca cosa. E infatti è stato sospeso come pm di Roma.

Palamara, boss della corrente di centro Unicost, sarebbe il potente mediatore fra un certo mondo della politica (i deputati piddini Luca Lotti e Cosimo Ferri magistrato in aspettativa e influente esponente di Magistratura indipendente) e un certo mondo togato.

La commedia. Apriti cielo, con il caso Palamara l’inorridita Italia – quella della commedia all’italiana – ha scoperto spartizioni e lottizzazioni anche nel grembo del terzo potere dello Stato, quello indipendente e sacrosanto che amministra la Giustizia, umana. Ha scoperto l’acqua calda. Dal punto di vista della sua esperienza parlamentare e della sua memoria craxiana il già deputato Mauro Del Bue ieri ha scritto alla Gazzetta una lettera densa di provocazioni che ci impongono di ragionare.

Troppo comodo. Prima provocazione: “Quanti esponenti delle forze politiche che gridano allo scandalo hanno sottoscritto proposte di legge per l’abolizione dell’elezione dei membri togati del Csm su liste di correnti politiche, sostituendole col sorteggio? È troppo comodo mettere sotto processo un magistrato che ha solo accettato quello che hanno accettato quasi tutti”.

Deformazione del sistema. Seconda provocazione: “La verità è che l’ipocrisia di chi grida al lupo, preferendo tenerselo in giardino, continua a prevalere. E la deformazione del sistema giudiziario la si scopre solo quando fa comodo e ci si fa belli a sguainare la spada dei moralizzatori contro un procuratore nominato esattamente come gli altri. Basta con le doppie verità e le commedie degli inganni di una politica che ha scelto da troppo tempo di essere subalterna alla Magistratura, senza mai osare di scalfirne il potere”.

Orbi o collitorti. Sapremo nel tempo – quanto tempo? – se i contenuti della chat fra Palamara e Mescolini sono o non sono materia di attenzioni disciplinari. Sapremo nel tempo come il procuratore della Repubblica di Reggio si difenderà nell’eventualità di un deferimento al Csm.

Non è un azzardo immaginare che Mescolini esibirà il suo corsus honorum dall’Antimafia di Bologna allo storico processo Aemilia, dunque il merito personale e l’ingiusta attesa della promozione. Come non è eccessivo credere al sistema spartitorio in quote politiche dei “posti” in Magistratura.

Anzi, non crederci significa essere orbi o collitorti, che poi è la stessa cosa. Vien buona una frase della fotografa americana Diane Arbus: “Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate”.

Centralità magmatica. Rispettando la consuetudine questa vicenda – che per comodità chiamiamo “La chat con Palamara” –, è diventata una partita politica, con tutte le vampe e gli effetti fumogeni. Guarda caso ancora a Reggio Emilia per la sua centralità magmatica; per la resistenza della consuetudine progressista che s’è fatta cattolica; per i leader nazionali che qui sono nati, cresciuti e conservano il consenso; per il singolare impianto socio-economico-umano; per l’intrusione della ’ndrangheta, l’illusione degli anticorpi, la controffensiva del processo Aemilia; e per finire il grande inganno di “Parlateci di Bibbiano”. Tutto capita qui. Reggio Emilia è un brodo di coltura per i combattimenti nazionali.

La destra al mercato. Fratelli d’Italia, ad esempio batte il ferro finché è caldo. E fa il possibile per tenerlo molto caldo. Il portavoce cittadino Marco Eboli è stato il primo a scagliare la pietra. Ha chiesto le dimissioni di Mescolini, e l’altro giorno si è prodigato nell’organizzazione della conferenza stampa-comizio di Giovanni Paolo Bernini, colonnello di Forza Italia, parmigiano, già imputato prosciolto per prescrizione del reato derubricato…

Bernini è autore del libro “Storia di ordinaria ingiustizia” con prefazione di Vittorio Feltri. In piazza, dentro il mercato del venerdì, vista bancarelle, calzature, biancheria intima, Mohammed che vendeva e la Maria che comprava, ha smontato attività investigative e accusato Mescolini di aver “saltato” situazioni che riguardavano il Pd.

Dai, lo scriviamo: il mare magnum della destra desiderava ardentemente che in Aemilia apparissero i nomi del sindaco Vecchi piuttosto che quello dell’ex primo cittadino, già ministro della Repubblica, ora capogruppo dem a Montecitorio Delrio.

Anche perché ad essere chiamati nel processo sono uomini – pochi – della destra: lo stesso Bernini e l’ex capogruppo in consiglio comunale e provinciale Pagliani… Ma c’è dell’altro: l’attivismo di Fratelli d’Italia potrebbe guardare al futuro prossimo, cioè all’obiettivo di una ipotesi di incompatibilità ambientale di Mescolini nella procura reggiana. La destra non vedeva l’ora di infilare una spina dentro Reggio l’imprendibile, e di fare partire da Reggio una botta a Palamara e ai suoi legamenti con esponenti del Pd. Dalla provincia alla capitale.

Il non expedit del centrosinistra. Il grave rischio è che, così, la speculazione della politica, vada ancora a incidere oppure a condizionare il potere indipendente della Magistratura, producendo quelle cose abominevoli che si chiamano ingerenze. Il Pd ha voluto dire tutto ciò, ma alla maniera sua. Passato Ferragosto e analizzata la serie di interventi pro e contro Mescolini, i dem hanno mosso il panzer. E che panzer. Credo che mai prima il maggior partito reggiano avesse dispiegato una simile forza di fuoco nelle firme in calce al documento contro “l’attacco violento portato da più parti al procuratore”.

Hanno sottoscritto assessore e consiglieri regionali, parlamentari, la segretaria provinciale, il presidente della Provincia, il sindaco Vecchi e il capogruppo Delrio. Alla sua maniera, perché il tono del comunicato del Pd è quello pontificio del “Non Expedit”, del non conviene, del non si deve partecipare alla preoccupante gazzarra. E una certa ragione c’è quando viene fatto osservare che “varrebbe piuttosto la pena di discutere come le correnti nella Magistratura rischino di comprometterne l’immagine ed il decoro istituzionale piuttosto che vaneggiare invitando un procuratore della Repubblica a lasciare il suo incarico”.

Come un colpo di tosse. Il fatto è che quel “discutere delle correnti” non avviene mai, non è all’ordine del giorno della politica. Capita in modo intermittente, come un colpo di tosse (che poi passa) quando questo o quel partito è coinvolto. Il fatto è che l’alto richiamo al rispetto delle istituzioni rischia di aggirare il basso richiamo alla chat con Palamara.

Ecco perché noi siamo gli adoratori dello “ius murmurandi”, del diritto al mugugno, stando dalla parte delle guardie. Del diritto all’ansia della verità.

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