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«C’è chi vuole fare tabula rasa di Aemilia Nessuno spazio per i revisionismi»

EVARISTO SPARVIERI
«C’è chi vuole fare tabula rasa di Aemilia Nessuno spazio per i revisionismi»

Il sindaco Vecchi sul rapporto fra politica e magistratura: «I reggiani hanno apprezzato il lavoro di Mescolini»  Sulle inchieste che coinvolgono i dirigenti del Comune: «Non dovrebbe mai diventare argomento per tifo da stadio»

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L’INTERVISTA

EVARISTO SPARVIERI

«Sarebbe bene avere almeno un minimo di memoria di cosa è accaduto negli anni scorsi, a questo proposito. A cominciare dalla sentenza pronunciata dal Tribunale di Bologna che ha riconosciuto nei miei confronti di aver subito “minacce aggravate dal metodo mafioso”». E poi: «La magistratura, la procura, le rispettiamo nella loro autonomia, nel loro delicato lavoro. Del resto i reggiani hanno apprezzato il lavoro del dottor Mescolini e dei tanti magistrati su Aemilia, quel risultato è un passaggio storico della città e da lì non si retrocede di un metro». E ancora: «Le inchieste in municipio? Tutto questo non dovrebbe mai diventare argomento di scontro politico, in un clima da tifo da stadio». Il durissimo scontro innescato dalla chat su WhatsApp fra Luca Palamara e Marco Mescolini per la nomina di procuratore a Reggio. E poi il processo Aemilia, che sembra non placare mai un clima infuocato di accuse, che periodicamente escono fuori dalle aule dei tribunali, dove sono già state emesse sentenze, per rialimentare veleni. Sono alcuni argomenti affrontati dal sindaco, Luca Vecchi, da poco rientrato dalle ferie e intervistato dalla Gazzetta in questa caldissima estate che vede Reggio Emilia al centro di un dibattito incandescente sul rapporto fra politica e magistratura.

Sindaco Vecchi, sul caso Mescolini il Pd reggiano per la prima volta si è mostrato pubblicamente compatto. Eppure generalmente la politica non commenta quasi mai quanto avviene in magistratura. Come mai questa scelta?

«Siamo rimasti colpiti dalla violenza e dall’aggressività di certi toni, da un attacco scomposto contro una importante istituzione della città. Pensiamo esista un rispetto che si deve al ruolo, un rispetto che in democrazia si dimostra proprio alle istituzioni. Quando ci si scaglia contro rappresentanti delle istituzioni bisogna infatti considerare che a rimetterci è tutta la città. Noi abbiamo sempre avuto un altro stile. La magistratura, la procura, le rispettiamo nella loro autonomia, nel loro delicato lavoro. Tutti hanno visto quale è stato il nostro atteggiamento su Bibbiano. Del resto i reggiani hanno apprezzato il lavoro del dottor Mescolini e dei tanti magistrati su Aemilia, quel risultato è un passaggio storico della città e da lì non si retrocede di un metro. Voglio dire di più, su questo: se c’è chi, sfruttando quest’ultima vicenda, intende fare tabula rasa di quel processo, obnubilare la memoria collettiva e raccontare altre storie, io sono certo che la maggioranza silenziosa dei reggiani non lo seguirà, anzi. Credo al contrario che siano sin troppo evidenti in taluni soggetti queste dinamiche. Ma sono operazioni di corto respiro. La lunga storia democratica di questa città non concede spazio a vecchi e nuovi revisionismi. Quanto all’assunto che “la politica non commenta quasi mai quanto avviene in magistratura”, forse questo accade in altri Paesi, ma certamente in Italia non è così. In Italia al contrario c’è una parte, e non è quella che mi riguarda, che da oltre 20 anni commenta quotidianamente quanto avviene in magistratura, che quando arrivano certe indagini passa il tempo, con livelli diversi di aggressività e opportunismo, a squalificarle e a irriderle se scomode, e a cavalcarle quando da queste ritiene di poterne trarre una sorta di “vantaggio elettorale».

Nell’intervista rilasciata lunedì alla Gazzetta, Graziano Delrio ha detto: “Se si indaga sul Comune non si è sentita dal sindaco una parola di accusa”. Resta il fatto che il municipio è al centro di due delicate inchieste, che hanno interessato diversi dirigenti. Ha più fiducia nei dirigenti coinvolti o nella magistratura?

«Un autentico spirito garantista presuppone che l’innocenza sia tale sino al compimento completo dell’iter processuale, e al tempo stesso prevede che si abbia fiducia nel lavoro della magistratura, quella che indaga e quella che giudica. Tutto questo non dovrebbe però mai diventare argomento di scontro politico, in un clima da tifo da stadio. Questa deriva da bar sport che troppo spesso vediamo rappresentata in alcuni racconti attorno a specifici processi va ad alterare il corretto rapporto istituzionale fra poteri».

Il blitz in municipio avvenne dopo le elezioni. Mescolini disse che fu una scelta per non interferire sul voto. Non crede che abbia interferito ugualmente?

«Abbiamo appreso dell’esistenza di questa inchiesta nel momento in cui la medesima è stata resa nota alla pubblica opinione. Non tocca a un sindaco commentare questi temi, dopodiché fa assai sorridere che qualcuno pensi che un ballottaggio terminato 63 a 37 sarebbe andato diversamente. Il sentimento di Reggio era molto chiaro in quei mesi, la città aveva già scelto il suo sindaco».

Sinceramente, cosa pensa dello scambio di messaggi fra Mescolini e Palamara? Li ritiene opportuni? Mettono in luce un problema di compatibilità ambientale?

«Io non credo che il nostro compito sia commentare le chat. Questo compete eventualmente ad altri soggetti. Mi permetta una considerazione: il gruppetto del mercato che pretendeva di inscenare un “processo politico sulla pubblica via” l’altro giorno in piazza Martiri del 7 luglio – perché si chiama così, non piazza Cavour, qualcuno dovrebbe studiare meglio la storia delle lotte giovanili e sindacali – facendo l’esegesi delle chat su WhatsApp, tutti stretti fra un venditore di pancere Gibaud, l’urlo “pesce fresco” e l’arrotino, ha dato uno spettacolo di sé da far rimpiangere le tricoteuse che berciavano ridendo negli anni del Terrore in Francia, sotto la ghigliottina. Il contrario della civiltà del diritto».

Nella requisitoria di Aemilia, Mescolini parlò apertamente di un tentativo di screditare lei e Delrio. Secondo il centrodestra, si è indagato solo in una direzione. Secondo Delrio, invece, dietro a determinate accuse – come ad esempio il viaggio a Cutro dell’allora ministro – “c’era una sospetta regìa di alcuni poteri deviati, massonici e no”. Lei cosa ne pensa?

«Sarebbe bene avere almeno un minimo di memoria di cosa è accaduto negli anni scorsi, a questo proposito. A cominciare dalla sentenza pronunciata dal Tribunale di Bologna che ha riconosciuto nei miei confronti di aver subito “minacce aggravate dal metodo mafioso”. Questo è un punto invalicabile. Non si possono piegare questi fatti ad altri interpretazioni. Abbiamo seguito con grande attenzione tutte le fasi del processo, inclusa la requisitoria. Aggiungo: come ha correttamente ricostruito Graziano Delrio, davanti al proliferare di maldicenze ai confini con la calunnia sulla sua figura ha presentato – come si fa in questi casi – esposto. E chi lo accusava, fra un pettegolezzo malevolo e l’atteggiamento di chi spia dal buco della serratura falsificando la realtà, ha dovuto ammettere che “s’era inventato tutto”. Punto. Altro che “s’è indagato in una sola direzione”. Questi processi, questi esposti hanno portato a una sentenza storica e a confessioni chiare, così come ci è sempre stata chiara la solida fiducia dei reggiani, che non è mai venuta meno. Se poi vuole sapere cosa ne pensi del fatto che per anni ci sia stato chi, inventandosi cose, ha alimentato un clima torbido in città, mi limiterò a risponderle che trovo quantomeno singolare la scansione di certi episodi, le dinamiche che vi si leggono dietro, gli obiettivi sul piano istituzionale e democratico. Ma, per fortuna, esistono querele e cause in sede civile che permettono a chi è onesto di far valere le proprie ragioni contro le campagne d’odio, sino a molti anni dopo che queste sono avvenute». —



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