Aemilia, un’associazione antiracket denunciata per truffa: "Non fa attività antimafia"
Due imputati chiedono che si indaghi sull’Associazione antimafia e antiracket “La verità vive!” (prima dedicata a Paolo Borsellino)
REGGIO EMILIA. Un’associazione antimafia costituitasi parte civile in Aemilia (nel troncone dei riti abbreviati) è stata denunciata da due imputati reggiani (Giovanni Vecchi e Patrizia Patricelli) che ora sono in carcere a scontare la condanna definitiva. Sembra un paradosso, ma non lo è, visto che pendono due querele: una in Procura a Reggio Emilia, l’altra in Procura generale a Bologna.
Tramite l’avvocatessa Erica Romani i due coniugi condannati chiedono infatti che si indaghi sull’Associazione antimafia e antiracket “La verità vive!” (prima era dedicata a Paolo Borsellino) che in Aemilia, con sentenza definitiva, ha ottenuto un risarcimento-danni di 20mila euro a cui vanno aggiunte le spese legali (complessivamente si arriva a 45 mila euro).
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A far scattare la doppia querela è stata la richiesta di pagamento giunta a Vecchi e Patricelli dall’associazione rappresentata dall’avvocato siciliano Giuseppe Gandolfo (con studio legale a Marsala).
Decisa la recente replica, in querela, in cui si attacca l’associazione antimafia sotto diversi punti di vista. L’avvocatessa Romani fa subito riferimento all’assiduità con cui l’associazione si costituisce nei processi di mafia attivati lungo la penisola, sottolineando «senza che essa svolgesse un reale contributo di attività antiracket».
Poi si riporta quanto evidenziato dal prefetto di Marsala, cioè che «l’Associazione non possiede la specifica operatività per far parte dell’elenco prefettizio delle associazioni e fondazioni pertanto tutt’ora non è presente nell’elenco prefettizio delle associazioni».
Poi un paio di circostanze: l’esclusione dall’ammissione di parte civile nei processi “Mafia capitale” e “Trattativa Stato Mafia”, nonché l’indagine della Procura di Palermo sulle attività svolte dall’Associazione (con perquisizioni nelle sedi da parte della Finanza). Da qui la specificazione che «è emerso come tale Associazione non risulti aver perseguito alcuno scopo di assistenza e solidarietà alle vittime e ai soggetti danneggiati da attività estorsive ed usurarie, nè di aver messo in atto alcuna attività di supporto alle vittime, nè di aver fornito collaborazione continuativa alle forze di polizia».
Insomma Vecchi e Patricelli si sentono truffati e giunge un ultimo affondo nella querela tramite l’avvocatessa Romani: «Si deve concludere che l’Associazione con specifici artifici e raggiri induca molteplici individui in errore al fine di trarne un indiscutibile profitto. Ci si deve anche chiedere, tuttavia come sia stato possibile che un attento collegio giudicante, che ha avuto la forza e la determinazione di esaminare decine di posizioni di soggetti che a vario titolo avrebbero partecipato ad azioni criminose di genere ’ndranghetiste non si siano avveduti della costituzione a parte civile di una siffatta Associazione».
Ieri abbiamo cercato inutilmente di contattare – telefonicamente sul cellulare e attraverso la posta elettronica – l’avvocato Gandolfo, dal quale attendiamo la sua versione sulla vicenda.
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