Compagni di classe e colleghi? No, io non voglio altri congiunti
Nel paese delle proroghe, dei condoni e delle deroghe
REGGIO EMILIA. La confusione è grande. E più s’avvicina l’avvio dell’anno scolastico nell’epoca incognita del Covid 19 essa – la confusione – diventa surreale. In un post pubblicato mercoledì su Facebook la ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli, piddina, emiliana di Piacenza, annuncia tra le tante e vaghe proposte: “Ampliamento del concetto di ‘congiunto’ esteso anche a compagni di classe e colleghi di lavoro...”.
Per capirci, anzi per capire la visione espansiva della ministra, bisogna ricorrere a una metafora: se la legge è stretta si allarga il concetto di congiunto. Che secondo la storica definizione indica i famigliari, al massimo i parenti. Ma per trovar posto sui mezzi pubblici e anche privati che porteranno gli studenti a scuola, la cui capienza è stata drasticamente ridotta per non favorire il contagio, la De Micheli ne dilata la gamma. I congiunti sarebbero anche i “compagni di classe e colleghi di lavoro”.
Ci risiamo. Ricordate il dibattito primaverile sui fidanzati da un giorno, sugli sposi separati, sugli amici del cuore, sulle suocere coabitanti da trasportare con mascherina nell’abitacolo della stessa automobile? Il mondo s’è fatto complesso.
Oggi è il turno dei “compagni di classe e colleghi di lavoro”. Cioè di tutta quella gente dalla quale fino a oggi ci hanno predicato di stare attentamente alla larga. Perché il congiunto di questa congiuntura pandemica, che la ministra vorrebbe appiopparci, è il pericolo primo. Non conviviamo con lui, non mangiamo e dormiamo nella stessa casa, non sappiamo se sua nonna ha la tosse o sua sorella ha la febbre, se sua zia è andata in discoteca, se il papà ha partecipato a un assembramento la sera prima…
Al congiunto che tentano di ammollarci per emergenza posti, dico no. Perché ho i congiunti miei. Si tratterebbe di una misura irrazionale e contraddittoria, addirittura governativa.
Poi c’è una violazione linguistica, cioè un aggiramento filologico. La parola congiunto deriva dritta dritta dal latino conjunctus, stare insieme, “unito a qualcuno per ragione di parentado”. Il termine ha subito nel tempo variazioni descrittive: nella stagione corrente riguarda anche coloro che non sono sposati, i conviventi, cioè le unioni di qualsia tipo. In antico il primo prodotto lessicale del congiunto erano i coniugi L’evoluzione sociale e culturale oggi ci esibisce un’accezione amplissima. Ma congiunto non può essere il compagno di scuola, il collega di lavoro, nemmeno la professoressa di matematica o il caporeparto.
Per capirci, pur di far salire più gente sui mezzi di trasporto (solo nel Reggiano mancherebbero 50 autobus per rispondere alle necessità) immaginano di trasformare normativamente i disgiunti in congiunti.
È un’ipotesi incongruente anche con le reazioni ministeriali avverse al tentativo dei gestori delle ferrovie di fare rioccupare tutti i posti sulle carrozze. Ricordate? Capitò sotto Ferragosto, quando c’era molta pressione da parte del popolo dei vacanzieri. Treni pieni? Neanche se ne doveva parlare. E così è stato.
Ora ne parla la De Micheli in vista del grande dilemma dell’anno scolastico, quando i nostri figli e nipoti viaggeranno realmente e assisteranno alle lezioni in presenza. Ogni giorno. Quando raccomanderemo loro di stare sempre disgiunti.
Questa propensione politica allo sforamento, mi fa venire in mente la costumanza italiana delle proroghe, dei condoni, delle deroghe.
È evidente e comprensibile che le autorità non riescono a venirne fuori. Quasi quasi per noi sarebbe più giovevole restarcene dentro.
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