«Partiamo cancellando le diseguaglianze Solo così possiamo ripensare il Paese»
Il segretario provinciale della Cgil, Ivano Bosco, interviene nella discussione sulla ripresa aperta dal nostro giornale «Se non si sciolgono i nodi sostanziali, è inutile parlare di futuro: adesso la politica deve fare un salto di qualità»
L’INTERVENTO
IVANO BOSCO*
“Settembre è il mese del ripensamento” scrisse un grande cantante emiliano anni fa. Affermazione valida ogni anno, ma ora più che mai attuale. Dopo questa strana estate siamo tutti in attesa di capire come riprenderà la “normale” attività; ognuno di noi, con il proprio carico di speranze e preoccupazioni, si domanda se si riuscirà a garantire l’ingresso dei ragazzi a scuola e a dare continuità all’anno scolastico; che succederà dei posti di lavoro messi in discussione dalla crisi economica seguita alla pandemia; se sarà garantita la mobilità alla quale eravamo abituati; e, ancora, se ripiomberemo nell’incubo “lockdown” o i sacrifici fatti (e quelli ancora da fare) e la scienza saranno in grado di farci uscire dalla fase più critica dell’emergenza sanitaria.
Domande ancora senza risposta, eppure è da queste ultime che dipenderà il futuro non del singolo individuo, ma della società intera.
Credo che non sarà possibile cancellare con un colpo di spugna questi sei mesi, e comportarsi come se ci fossimo svegliati da un brutto sogno, e, sinceramente, non mi auguro neppure sia così. Non a caso ho citato all’inizio la frase di Guccini: va ripensato completamente il nostro modo di vivere e di lavorare. Tutti ce lo siamo detti fin da marzo, quando la pandemia è entrata prepotentemente nelle nostre vite: ci siamo ripetuti che bisognava prendere lo spunto per cambiare, che da quella fase ne saremmo usciti migliori.
La mia impressione è che non ne usciremo né meglio né peggio, ma esattamente come ci siamo entrati. Come un popolo dalla memoria corta, poco propenso ai cambiamenti e poco disponibile a ragionare in maniera complessa del futuro. Molti scoprirono, a marzo, una società dove le disuguaglianze la facevano da padrone. Da dove si producevano queste disuguaglianze? Certo, la globalizzazione, i cambiamenti tecnologici non debitamente supportati da misure attive, hanno inciso in Italia come nel resto del mondo. Ma possiamo dire che da noi si è andati oltre: nell’utilizzo delle varie forme contrattuali che hanno creato precarietà, lavoro povero, part-time involontario (specie tra le donne), frammentazione dei cicli produttivi deregolamentando contratti e sicurezza.
Tagliando risorse al “pubblico”, sia agli enti locali sia alla sanità, si sono abbassati i livelli dei servizi e ciò ha impedito a migliaia di persone di farvi ricorso mettendole davanti a bivi esistenziali: abbandonare il lavoro o dedicarsi ai servizi di cura (ancora le donne le più colpite), rinviare la cura della propria salute perché le poche risorse (siamo tra i paesi più industrializzati quelli che hanno tra i salari più bassi) vanno destinate ad altre emergenze.
Sono o no fattori che determinano un Paese profondamente diseguale?
Nel pensare alla ripartenza di un Paese diverso si dovrebbe incominciare da qua. E non mi pare però che di questo si stia discutendo. Anzi, si teorizza la “rivoluzione” nei contratti di lavoro, dimenticando che ci sono milioni di persone in attesa che venga riconosciuto un loro diritto. Esempio per tutti il contratto dei lavoratori della sanità privata, quelli che qualche mese fa tutti abbiamo chiamato eroi hanno un contratto scaduto da 12 anni, che le parti datoriali si rifiutano di rinnovare. Da eroi a dimenticati il passo è breve.
Se non si sciolgono i nodi sostanziali è difficile parlare di ripartenza, di ripensamento.
La prima a non crederci sembra la politica, divisa tra chi con difficoltà e contraddizioni cerca soluzioni e chi continua ad accarezzare i mal di pancia delle persone, non fornendo risposte ma coltivando il proprio orticello elettorale lasciando che il Paese, la scuola, le imprese, il lavoro, la salute vadano in malora. Neanche nelle difficoltà più estreme si è trovata unità di intenti.
Le risorse che l’Europa metterà a disposizione richiedono un salto di qualità anche alla politica: progetti e verifiche che possono segnare un vero e proprio cambio di passo per un disegno di un’Italia moderna in tutte le sue componenti. Un’occasione da non sprecare.
Questo Paese ha inoltre necessità di altri interventi radicali: pensiamo alle risorse che potrebbero arrivare da una concreta lotta all’evasione fiscale, al contrasto alle infiltrazioni mafiose, ad un piano di modernizzazione delle reti e infrastrutture, alle condizioni degli istituti scolastici e al dissesto idrogeologico, solo per citarne alcuni. Andrebbero colte, specie a livello locale, tutte quelle proposte che vanno nella direzione di un percorso diverso, di concreto cambiamento, che possano anche influenzare scelte centrali che spesso si calano in modo difficoltoso sul territorio.
Gli stessi territori, la qualità delle buone amministrazioni che ancora ci sono, dovranno assumere assieme alle parti sociali un ruolo sempre più decisivo.
È sul territorio che si conoscono meglio le difficoltà lavorative e di erogazione dei servizi che, se mal gestite, creano le disuguaglianze di cui si parlava. È sul territorio che ricadono le conseguenze di contratti male applicati, di salari bassi, di abbandono del posto di lavoro che comportano poi disagio sociale e quindi, a cascata, servizi che dovrebbero essere erogati e che trovano gli enti locali senza risorse.
Gli stessi enti locali dovrebbero essere, a loro volta, esempi virtuosi di come si applicano contratti e appalti evitando di diventare elemento di deregolamentazione.
Pensiamo inoltre al trasporto pubblico e alla scuola: il modo in cui si garantiscono questi servizi è o no elemento di democrazia, di pari opportunità?
Infine, se ripensamento ci deve essere, non può non riguardare anche l’aspetto ambientale e di conseguenza le scelte delle imprese. Dalla qualità della produzione, alle ricadute in termini ambientali, alla stessa distribuzione delle turnistiche: tutti aspetti che impattano direttamente sulla vita del territorio.
Scelte che dovrebbero trovare momenti di coinvolgimento preventivo.
I punti sul tavolo sarebbero tanti ma in questa fase il metodo, la primogenitura di una proposta o il prevalere degli interessi di parte, non possono essere la priorità. Servono contenuti e obiettivi da sviluppare attraverso il confronto e la contrattazione.
Se non sarà così, ci ritroveremo tra qualche mese a contare i disastri, ma si sappia da subito che non potremo incolpare solo la pandemia. —
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