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Consumi in calo, export frenato e Pil a picco La pandemia minaccia l’economia reggiana

Luciano Salsi

I presupposti con i quali si apre il mese settembre, periodo in cui la maggior parte delle attività torna a pieno regime. Covid permettendo  

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i dati

Luciano Salsi

È pressochè totale la riapertura delle attività produttive dopo le ferie agostane. La ripartenza, però, è lenta. L’economia reggiana, come quella nazionale, accusa ancora le conseguenze del confinamento e non lascia prevedere il pieno recupero dei livelli pre-Covid neppure nell’anno prossimo. Il 2020, infatti, si sta confermando l’ annus horribilis paventato dagli economisti dopo lo scoppio della pandemia, destinato a chiudersi sul piano globale con un bilancio peggiore di quello del 2009. Ai danni immediati, poi, si aggiungono quelli a lungo termine provocati dalla chiusura delle scuole e dalla loro incerta riapertura, con il conseguente deficit formativo delle nuove generazioni che sono la futura forza lavoro.

L’Ufficio studi della Camera di Commercio ha costantemente monitorato l’evolversi della crisi, accompagnando l’analisi della situazione con le previsioni basate sulle tendenze in atto e sulle interviste agli imprenditori. A suo avviso nel 2020 il prodotto interno lordo della nostra provincia scenderà dell’11%. Il calo sarà più accentuato rispetto alla media regionale (meno 10,6%), ma risulterà più consistente il rimbalzo, che nel 2021 segnerà un più 7,4%, cioè 0,6 punti in più di quelli guadagnati dall'insieme dell’Emilia-Romagna. Il fatto che l’Italia avesse il primato europeo delle chiusure ha fatto sì che il mercato interno fosse più colpito di quello estero. Perciò si prevede che quest’anno le importazioni caleranno del 23% e le esportazioni del 21,8%, con qualche beneficio per l’industria reggiana fortemente orientata verso l’export.

Peraltro proprio il settore manifatturiero, che produce circa un terzo del Pil reggiano, subirà la contrazione più vistosa, pari al 15% rispetto al 2019. Non andrà molto meglio per l’attività edilizia, destinata a perdere l'11%. Tuttavia le imprese di costruzioni evidenziano già la migliore capacità di ripresa.

Il 26,8% degli imprenditori del settore ritiene di potere ritornare a livelli accettabili entro la fine del prossimo mese d’ottobre e il 38,9% fissa tale traguardo alla fine del 2020. Saranno pesanti anche le ripercussioni sul commercio, sulla ristorazione e in generale sui servizi, destinati a perdere l’8,3%. Si difendono meglio, in generale, l’agricoltura, che perderà soltanto il 2%, l’industria e il commercio alimentare, cioè le attività anticicliche rispondenti al soddisfacimento dei bisogni essenziali. Circa il 43% delle imprese di trasformazione alimentare e delle bevande ha continuato l'attività con un'intensità simile a quella del periodo anteriore all'emergenza. La ripresa sarà poi trainata dalle esportazioni, di cui si prevede nel 2021 un aumento del 13,6%.

L’industria guadagnerà il 13%, l’edilizia l'8,8%, l’insieme dei servizi il 4,4%. La conseguenza immediata e più vistosa del confinamento è stata la riduzione dei consumi, che si è ripercossa pesantemente sulle vendite al dettaglio, crollate dell’11,6% nel secondo trimestre di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2019. Già nel primo trimestre si era verificato un calo dell’8,1%. È stata colpita quasi esclusivamente la vendita di prodotti non alimentari, calata del 17,5%.

Sono andati in controtendenza gli alimentari, cresciuti dell’1,7% rispetto al gennaio-marzo 2019. Ne ha beneficiato soprattutto la grande distribuzione (iper e supermercati), che ha segnato un più 9,5%. L’industria manifatturiera ha risentito in misura altrettanto significativa del calo della domanda.

Nel primo semestre di quest’anno la produzione, il fatturato e gli ordini hanno subito contrazioni comprese fra il 16% e il 20% rispetto allo stesso periodo del 2019. La produzione è calata dell’11,3% nel primo trimestre e del 19,5% nel secondo. La flessione del fatturato (meno 20,2% su base annua) è raddoppiata nel secondo trimestre rispetto al meno 11,1% di gennaio-marzo. Le imprese esportatrici ne hanno risentito in misura minore, registrando un calo del 12,1%, più che doppio rispetto al 5,4% del primo trimestre.

Quasi sei imprese reggiane su dieci hanno svolto la propria attività a regime ridotto, mentre per il 35% non si sono discostate troppo dai regimi pre-emergenza. Il 6,8% ha sospeso l’attività e sta valutando un'eventuale chiusura. È una quota lievemente migliore di quella dell’Emilia-Romagna 7,7%) e inferiore di quasi tre punti percentuali rispetto al totale nazionale (9,6%). Nel primo semestre un’impresa su cinque ha evitato di licenziare dipendenti. Quasi quattro su cinque hanno mantenuto lo stesso numero, mentre il 2,3% ha aumentato l’occupazione. Il restante 20,2%, composto quasi esclusivamente da imprese piccole e piccolissime, ha diminuito l’apporto di lavoro in vario modo. Ha ridotto il personale il 42,7% delle imprese della ristorazione e dei servizi legati alla filiera turistica, il 18,6% delle imprese del commercio e dei servizi alle persone e il 16,7% delle aziende di trasporti e logistica. —



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