Grande Aracri in Veneto il pm definisce le accuse
Depositata la requisitoria scritta, nella prossima udienza le richieste di pena Nel mirino del magistrato i 34 imputati che hanno puntato sul rito abbreviato
MESTRE
Si avvia verso un primo punto fermo il processo veneto contro la 'ndrangheta – battezzato Camaleonte –che vede in primo grado alla sbarra 54 esponenti del clan Grande Aracri di Cutro, accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata alla falsa fatturazione e al riciclaggio.
Il pubblico ministero – Paola Tonini, sostituto procuratore della Ddda di Venezia – ha infatti depositato di recente, in forma scritta, la requisitoria contro i 34 imputati che hanno scelto il rito abbreviato, ribadendo l'impianto accusatorio emerso nella fase delle indagini preliminari. Per le altre 14 persone rinviate a giudizio, che hanno scelto il rito ordinario, il processo sarà celebrato a Padova. L'inchiesta Camaleonte, considerata la naturale prosecuzione della maxi operazione Aemilia che ha smantellato l'organizzazione dei grande aracri in Emilia, è scoppiata a marzo del 2019, portando alla luce una sistematica linea vessatoria degli affiliati del clan ai danni di aziende venete bisognose di liquidità, che venivano poi «fagocitate» e utilizzate per riciclare i proventi illeciti di attività criminali. Durante il blitz antimafia la Dda aveva sequestrato beni per 20 milioni ed eseguito perquisizioni nelle province di Treviso, Vicenza, Padova, Belluno, Rovigo relativamente al versante veneto, con “incursioni” anche a Reggio Emilia, Parma, Milano e Crotone. Nella requisitoria il pm Tonini si sofferma sui comportamenti delle parti offese che avrebbero subìto le intimidazioni: «Non hanno presentato spontaneamente denunce ma reso sommarie informazioni – sottolinea la rappresentante dell’accusa – mostrando ritrosia, soltanto dopo la convocazione da parte delle forze dell’ordine». Arrivando in alcuni casi alla situazione che «omettevano comunque di riconoscere in foto l’autore delle minacce». Negli interrogatori «venivano evocate violenze fisiche, rivolte minacce ai familiari, ricordato il controllo del territorio, anche con l’uso del pronome noi e l’appartenenza alla famiglia di Cutro. Sono uomini in età adultà che svolgono attività imprenditoriale e si sono messi a piangere ricordando l’accaduto». Con una sottolineatura non da poco del pm Tonini, perché «stretti nella morsa dei propri aguzzini, hanno finito talvolta per commettere a loro volta riciclaggio, falsa fatturazione ed estorsione». Complicità segnate dalla disperazione.
Le richieste di pena del rito abbreviato sono attese nella prossima udienza nell’aula-bunker in cui entreranno nel vivo anche le arringhe difensive che impegneranno non pochi avvocati reggiani (Pasquale Muto, Annalisa Bassi, Mattia Fontanesi, Giuseppe Migale Ranieri, Carmen Pisanello, Federico De Belvis e Carmine Migale). —
T.S.
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