«Chiedere soldi ai mafiosi significa farsi dei nemici»
Aemilia: parla il legale dell’Associazione antimafia denunciata da due condannati «Nessuna truffa, diffondiamo la cultura della legalità ed è tutto documentato»
Tiziano Soresina
REGGIO EMILIA
«È serio chiedere soldi agli ’ndranghetisti, hanno rovinato la nostra terra. Chi sbaglia, paga. E sappiamo benissimo che facendo questa attività ci facciamo dei nemici a più non posso».
Con calma ed entrando in vari aspetti della vicenda, l’avvocato Giuseppe Gandolfo di Marsala – che rappresenta nei processi l’Associazione antimafia e antiracket “La verità vive!” – replica alle accuse che vengono rivolte all’Associazione stessa da due imputati reggiani poi condannati (Giovanni Vecchi e Patrizia Patricelli) nel filone del maxiprocesso Aemilia dei riti abbreviati. Tramite l’avvocatessa Erica Romani i due coniugi (Vecchi sta espiando la pena in carcere, mentre la Patricelli agli arresti domiciliari) non solo non intendono pagare il risarcimento-danni di 20mila euro (divenuti 45mila euro con le spese legali) disposti dalla Cassazione per l’Associazione costituitasi parte civile, ma l’hanno pure denunciata per truffa, depositando due querele (in Procura a Reggio Emilia e in Procura generale a Bologna). Prima di entrare nel merito delle accuse rivolte all’Associazione che rappresenta nei processi di mafia, l’avvocato Gandolfo chiarisce che non sa nulla di questa denuncia, che non è lui il presidente (ma Francesco Genovese) di questa onlus («Senza, quindi, finalità di lucro»), inoltre che in varie città italiane si appoggiano come sedi al “Movimento difesa del cittadino” («Realtà associativa che riteniamo credibile»), con la specificazione che «per Bologna il nostro referente regionale è il giornalista d’inchiesta Diego Gandolfo (non è un parente, ndr)». Nella querela si descrive la “Verità vive!» come molto attiva in tutt’Italia nel costituirsi parte civile nei processi di mafia, ma senza svolgere una vera azione contro la malavita organizzata e il racket. «In ogni costituzione di parte civile – ribatte l’avvocato siciliano – documentiamo le attività espletate nel relativo territorio, spiegando giorno per giorno dove siamo stati. Nelle scuole diffondiamo la cultura della legalità , portando la testimonianza di persone in prima linea nella lotta alla mafia. Il tutto con determinazione, ma anche con grandi difficoltà perché non chiediamo finanziamenti pubblici e seguiamo i vari processi a costo zero per la comunità».
L’avvocato Gandolfo dice inoltre che relativamente al maxiprocesso Aemilia, a fronte della sentenza definitiva che decreta il risarcimento-danni per l’Associazione, ha poi scritto ai legali dei vari condannati per essere pagato (tecnicamente si tratta di debitori in solido e chi paga l’intera cifra ha poi diritto di agire nei confronti degli altri per chiedere la riscossione della loro parte, ndr). «I legali di Vecchi e Patricelli sin dal primo istante avrebbero potuto chiedere in aula l’estromissione dell’Associazione dalla costituzione di parte civile – si chiede Gandolfo – e in tutti e tre i gradi di giudizio, perché non l’hanno fatto? E ora muovono lamentele quando gli viene chiesto il pagamento di quanto stabilito in un’aula di giustizia...». L’avvocatessa Romani – sempre nella querela – fa riferimento ad un’indagine della Procura di Palermo sulle attività svolte dall’Associazione. Sul punto il legale siculo è lapidario: «Non mi risulta». Poi l’ultimo affondo: «Nel momento in cui ti costituisci parte civile, i giudici devono esaminare le attività espletate nel territorio di riferimento e la serietà dell’associazione. Nel procedimento Aemilia siamo stati ammessi, a differenza di tanti altri». —
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