Gazzetta di Reggio

Reggio

il braccio di ferro 

Sindacati in attesa alla finestra aspettando i prossimi passaggi

l. g.

Le parti sociali reggiane non si sbilanciano e attendono di conoscere i dettagli  di entrambe le proposte e la decisione del tribunale

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reggio emilia

La crisi della Ferrarini non tocca solo eccellenze gastronomiche locali ma, soprattutto, anche la vita di centinaia di lavoratori e delle loro famiglie. Sono 350 i dipendenti che si occupano degli stabilimenti di Rivaltella e Lesignano Bagni (Parma) e 450 quelli della Vismara, provincia di Lecco.

Lavoratori tutelati dai sindacati che tuttavia, per adesso, preferiscono non sbilanciarsi riguardo alla nuova proposta di concordato presentata lunedì dalla famiglia Ferrarini.

Se infatti nel progetto depositato in tribunale è inserita la volontà di salvaguardare la totalità dei posti di lavoro, le parti sociali attendono di conoscere i dettagli del piano e di quello concorrente capitanato da Bonterre-Grandi Salumifici Italiani. Entrambe le cordate infatti, spiegano dalla Cisl, devono ancora confrontarsi con i sindacati.

A frenare giudizi considerati ancora prematuri vi è poi la Corte d’Appello che deve ancora esprimersi su due quisiti presentati dai concorrenti dei Ferrarini.

La prima riguarda la volontà di spostare il procedimento dal tribunale fallimentare di Reggio Emilia e quello di Bologna mentre la seconda è la richiesta di invalidare la concessione a presentare un nuovo concordato ai Ferrarini. Se accolta, quindi, il progetto depositato lunedì non sarebbe più da considerare.

Il nuovo progetto arriva dopo la bocciatura, lo scorso anno, di una prima proposta concordataria della Ferrarinispa ritenuta insoddisfacente dai creditori in quanto, a fronte di un passivo di circa 270 milioni di euro, le risorse aggiuntive ammontavano solo a 10 milioni in più rispetto alla cifra messi a disposizione dal Gruppo Pini.

La soddisfazione dei creditori sarebbe rimasta condizionata alla positiva esecuzione del piano e la percentuale di pagamento dei crediti chirografari – prevista dopo 5 anni – sarebbe stata del 17,5%.

Tra i creditori così penalizzati vi erano anche i sottoscrittori di un bond di 35 milioni (tra cui Mediobanca per 5 milioni), la società pubblica Simest, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Sga, ora Amco spa., il fondo pubblico di salvataggio banche, questi ultimi come aventi causa da Popolare Vicenza e Veneto Banca. Venuto meno il primo tentativo di concordato alcuni di quei creditori si sono poi parzialmente divisi in due “fazioni”.

La prima guidata sempre da Ferrarini e Gruppo Pini con l’aggiunta della società statale Amco e la seconda guidata da Bonterre-Grandi Salumifici Italiani, Opas e Hp srl i quali possono contare, come braccio di ferro finanziario, proprio su Intesa San Paolo e Unicredit. —

l. g.

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