Le coop sacrificano Rivaltella i reggiani ricollocati nel gruppo
REGGIO EMILIA
Sono un migliaio i dipendenti del gruppo Ferrarini. Circa 350 quelli presenti nel solo quartier generale di Rivaltella, sede da più considerata superata e che il gruppo Bonterre potrebbe “sacrificare” senza però prevedere al momento esuberi ma ricollocamenti negli altri stabilimenti della cordata capitanata dalle coop. Un concetto contenuto nel comunicato rilasciato ieri sera scritto dai legali della cordata concorrente a quella del tris Ferrarini-Pini-Amco, pronti a un salvataggio dell’azienda dei prosciutti puntando su un nuovo stabilimento invece proprio a Reggio.
Bonterre e Opas puntano infatti alla «costruzione di un processo di filiera tutto italiano, dall’allevatore al consumatore» assicurando «la fruibilità certa e immediata da parte di tutte le maestranze dei vicini impianti e stabilimenti del Gruppo Bonterre e di Opas, in caso di spegnimento dello stabilimento di Rivaltella, la garanzia dei livelli occupazionali già individuati». Un punto centrale del sistema sinergico previsto dalla cordata formata da Bonterre–Grandi Salumifici Italiani (player di riferimento del mercato italiano ed europeo dei salumi di qualità, formaggio Parmigiano-Reggiano, snack e di piatti pronti), Opas (la più grande organizzazione di prodotto tra allevatori di suini in Italia), Hp (società attiva nel sostegno e nell’innovazione dell’agrifood), che col sostegno di Intesa Sanpaolo e Unicredit ha depositato in data 10 agosto 2020 presso il tribunale di Reggio Emilia una proposta di concordato concorrente per la Ferrarini Spa.
Le coop affermano «l’impegno a mantenere l’offerta presentata e, se del caso, ad arricchirne ancor più i contenuti», rivendicando poi il sostegno in questi giorni da parte di politica e organizzazioni imprenditoriali. Un impegno, quello delle coop, garantito dal «deposito da fideiussioni bancarie e da depositi bancari, con la disponibilità immediata, di oltre 50 milioni, al servizio del ripagamento dei creditori». Per Bonterre & Co. corre poi «l’obbligo di chiarire» che «l’enunciazione nei comunicati stampa che la percentuale di soddisfo (33%) renderebbe vana la presentazione di proposte concorrenti è affermazione unilaterale, che non risponde alle rigorose verifiche di carattere giuridico ed economico, cui è e dovrà essere sottoposta la proposta principale, affermazione per di più unicamente tesa ad ostacolare l’instaurarsi della leale procedura competitiva prevista dalla legge nell’interesse dei creditori e degli altri stakeholders (in primis, lavoratori e fornitori), sopra ricordata. Nessuna certezza sulla continuità produttiva ed industriale in Italia, mancando in capo alla famiglia Pini l’expertise nel settore dei salumi di carne suina e nella commercializzazione sui mercati internazionali del food “made in Italy”; manca inoltre la presentazione di un progetto dettagliato o anche di semplice fattibilità del nuovo stabilimento, con forte pericolo di delocalizzazione negli stabilimenti spagnoli della famiglia Pini». —
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