Gazzetta di Reggio

Reggio

«È stato commovente ad Haifa vedere l’Aron-Ha-Kodesh»

Adriano Arati

L’autore, direttore di Istoreco, ci racconta come nasce la curiosità che lo ha portato a ritrovare la preziosa arca/altare 

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L’intervista

Adriano Arati

Nasce da un percorso che da via dell’Aquila porta sino alla costa orientale del Mediterraneo, il libro sull’ebraismo reggiano della seconda metà del ‘900. A raccontarlo è l’autore Matthias Durchfeld, che torna al periodo del cambio del millennio, quando l’istituto storico reggiano con cui già lavorava inizia a proporre approfondimenti su una vicenda allora ben poco sentita. Oggi, il quadro è diverso, negli anni sono stati proposti anche numerosi viaggi che hanno portato sino alla sede attuale degli arredi sacri in Israele, iniziative ora sospese per l’emergenza sanitaria ma destinate a riprendere. L’origine del cammino, e del libro, porta indietro ad un paio di decenni fa. «Dopo il 2.000 io e i miei colleghi di Istoreco abbiamo cominciato a condurre sempre più spesso visite in sinagoga con scuole reggiane e delegazioni straniere», spiega Durchfeld.

Da lì è nata la curiosità?

«Il nostro ex-direttore Antonio Zambonelli ci aveva sempre raccontato il trasferimento dell’Aròn da Reggio verso Haifa in Israele nel dopoguerra, e ho voluto approfondire maggiormente la questione».

Ha cercato il reperto?

«Esatto, ad un certo punto ho voluto vederlo, nel 2009 sono andato a Haifa in Israele e ho per la prima volta visto questo pezzo di storia reggiana. Era emozionante. Poi ho voluto capire chi ha avuto l’idea di portarla là e come hanno fatto materialmente».

Non era una manovra semplice?

«L’Aròn misura 6.50 metri per 3.20 metri, non è semplice da trasportare. Ho potuto parlare con diverse persone coinvolte nel trasferimento, nelle varie procedure fra porti e burocrazia, e ho completato la ricerca negli archivi dell’Università ebraica di Gerusalemme».

Una campagna solitaria?

«In questi anni l’interesse verso la storia della Comunità ebraica a Reggio e la sua sinagoga è andato crescendo, c’era sempre più attenzione e ora sono felice di poter raccontarne la storia».

Per tanti decenni però la presenza ebraica reggiana era stata rimossa. O quasi. C’è un motivo preciso?

«Nel periodo fra Seicento e Settecento quasi mille dei 15.000 cittadini reggiani erano ebrei. Cinque secoli di cultura ebraica, però, sono stati dimenticati dopo la Seconda Guerra Mondiale».

Torniamo alla domanda. Perché?

«Forse per la cattiva coscienza, per il ricordo dei “Provvedimenti per la difesa della razza” del 1938 e per la collaborazione di diverse persone reggiane con i nazisti, durante le deportazioni degli ebrei locali. Questo capitolo di storia reggiana è caduto nell’oblio per molto tempo».

Il recupero dell’arredo sacro è una risposta?

«Sì, proprio per quanto è accaduto, o non accaduto, il salvataggio dell’Aròn ha anche un significato di resistenza».

Oggi, anche la sinagoga è tornata ad essere un luogo vivo della cultura cittadina.

«Parlo come istituto storico. Istoreco propone la sinagoga come luogo di memoria e come luogo della cultura ebraica. Nella sinagoga reggiana si percepisce cosa vuol dire “diritti umani” e cosa significa la loro assenza».

Questa memoria ora porta anche ad Haifa?

«La sinagoga e il suo cuore, l'Aròn ha-Kodesh, cioè l’armadio sacro che contiene i rotoli della Torah, raccontano storia reggiana ma anche storia dell’umanità». —





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