Il giornalista minacciato di morte: «Mi sono autosospeso, non guido il bus. Non voglio far rischiare i miei passeggeri»
Donato Ungaro ha presentato un esposto dopo la rivelazione-shock del pentito: «Ma dalla Procura non ho saputo nulla»
BOLOGNA. Da luglio Donato Ungaro sa che è lui il giornalista finito nel mirino omicida della ’ndrangheta emiliana, come ha rivelato il pentito Valerio Marino nella testimonianza all’appello bis di Aemilia: «A Reggio Emilia si doveva sistemare – aveva scandito il collaboratore di giustizia calabrese – un assessore comunale per un piano regolatore e un giornalista che dava fastidio, il dottore Ungaro, stava cominciando a toccare i soldi». Di questa agghiacciante rivelazione che il pentito colloca temporalmente nel 2004, citando una riunione a Gualtieri, se n’è parlato diffusamente mattina di venerdì 4 settembre nella conferenza-stampa – convocata a Bologna dal sindacato dei giornalisti – per tenere accesi i riflettori sull’inquietante vicenda del cronista reggiano.
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Minacce di morte maturate nel periodo in cui Ungaro era corrispondente della Gazzetta dalla Bassa: «Io non mi occupavo di ’ndrangheta – spiega il 56enne, da alcuni anni autista di autobus a Bologna per Tper – e il mio tema erano le “birichinate” degli imprenditori locali e la politica. Perché se scrivevo di questi temi, salta fuori che la ’ndrangheta mi vuole ammazzare? Chiedo alla magistratura di fare luce su questi contatti. Un giornalista che viene isolato è un obiettivo».
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All’epoca Ungaro aveva scritto una serie di articoli sulle escavazioni abusive di sabbia nel Po e di altri progetti dell’imprenditoria nella Bassa. Inizialmente la rivelazione-shock era piombata in aula il 16 gennaio 2018, durante un’udienza del maxiprocesso Aemilia. Il crotonese Marino – ex affiliato alla cosca Vrenna-Bonaventura alleata con i Grande Aracri di Cutro, pentitosi nel 2007 – parla all’improvviso di un duplice progetto di sangue. Da ’ndranghetista doveva far fuori un giornalista divenuto scomodo e un assessore che non mette la firma sull’atto amministrativo tanto atteso dal clan. Nomi rimasti ignoti.
«Quello che a me interessava era capire chi poteva essere il giornalista – prosegue Ungaro – e per questo mi rivolsi all’Ordine dei giornalisti di Bologna e all’Aser, esprimendo preoccupazione per un collega che poteva correre rischi. Ordine e Aser chiesero al procuratore di Bologna di indagare, ma non successe nulla. Decisi allora di indagare per conto mio». Finché il 24 luglio scorso il pentito parla esplicitamente di Ungaro che a sua volta – tramite l’avvocato Valerio Vartolo – presenta un esposto in Procura a Bologna. «Ho chiesto lumi sulla vicenda e se questa minaccia di morte è ancora incombente. Dagli inquirenti non ho saputo nulla – conclude amaramente Ungaro – perciò dal primo settembre mi sono messo in aspettativa senza stipendio, non me la sento di guidare il bus e far rischiare la vita ai miei passeggeri. Mi è stato fatto capire che il rancore non finisce...».
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