Molestie e violenza erano finte Condannata per simulazione
Pena di dieci mesi all’avvocatessa che per 25 anni ha denunciato un persecutore Dopo due anni di indagini, l’incredibile svolta a causa di un esame del Dna
REGGIO EMILIA
Quasi 25 anni di denunce per stalking, nei confronti di uno sconosciuto persecutore che l’avrebbe tormentata con con una cinquantina di lettere deliranti, che in quattro occasioni l’avrebbe assalita fisicamente indossando una maschera come quella del film “Scream” e, una volta, l’avrebbe perfino violentata.
Peccato che in questo diluvio di episodi agghiaccianti arrivati sul tavolo dell’Arma non ci fosse nulla di vero: lo stalker esisteva solo nell’immaginazione di un’avvocatessa reggiana 47enne, residente in città, incastrata dal Dna della sua saliva riscontrata sul francobollo di una delle lettere minatorie.
L’avvocatessa, già denunciata in precedenza per simulazione di reato continuato in concorso (con un complice rimasto ignoto), è l’unica imputata finita sotto processo per il medesimo reato.
E martedì il procedimento durato cinque anni si è concluso con una condanna a 10 mesi di reclusione emessa dal giudice Silvia Semprini, che ha comminato il minimo della pena con le attenuanti generiche (il reato è punibile da uno a tre anni). Essendo inferiore ai due anni della condizionale, la pena è sospesa: la legale non andrà mai in carcere.
Ma la controversa vicenda, che ha dell’incredibile, è destinata a suscitare scalpore e potrebbe avere delle conseguenze dal punto di vista professionale (ad esempio provvedimenti disciplinari da parte del Consiglio Distrettuale di Disciplina) una volta che la sentenza sarà passata in giudicato.
Tutto è partito nel 1989: è in quel periodo che hanno avuto inizio le continue segnalazioni e denunce della legale all’Arma. La donna ha raccontato di essere stata aggredita due volte, e poi altre due. Una volta sarebbe stata anche costretta ad un rapporto sessuale. E poi tantissime lettere, nonché telefonate inquietanti.
Tutto il materiale è stato consegnato ai carabinieri, decisi a identificare lo stalker. Niente, però, è emerso in oltre due anni di indagine, costata alle casse pubbliche qualcosa come 150mila euro. Gli unici riscontri certi sono state le localizzazioni di alcune cabine telefoniche, disseminate in provincia, da dove sono partite le chiamate moleste alla professionista dall’altro capo della cornetta. I carabinieri, non volendo lasciare nulla d’intentato, hanno deciso di far analizzare in laboratorio tutte le lettere anonime. È così che si è arrivati alla svolta inaspettata: la saliva sul francobollo era dell’avvocatessa, come se fosse stata lei a spedirsi le lettere. La persecuzione si è interrotta nell’agosto del 2013, cinque mesi dopo l’incriminazione. L’accusa è stata formalizzata nell’aprile del 2013, su iniziativa del pm Valentina Salvi, e la professionista, difesa dall’avvocato Rosanna Beifiori, è finita alla sbarra nel 2015.
Le diverse udienze svoltesi in tribunale sono state terreno di uno scontro acceso tra periti: in particolare la prova principe del Dna e la grafia delle missive, secondo l’accusa riconducibili alla legale, secondo la difesa no.
Tra i testimoni, un postino che ha riferito di una lettera non recapitata alla destinataria perché nell’ufficio postale la busta “grondava sangue” o comunque liquido rossastro. In aula ha deposto anche la professionista, che si è dichiarata innocente respingendo ogni addebito. —
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