Sequestro confermato alla famiglia Oppido dopo la truffa allo Stato
Si tratta del caso svelato a Reggio Emilia dal pentito Valerio Bloccati 2,2 milioni di euro: la Cassazione respinge il ricorso
Enrico Lorenzo Tidona
REGGIO EMILIA
«Vengo a Steccato, faccio irruzione in casa vostra e vi ammazzo tutti». A urlare la terribile minaccia nel 2011 è direttamente il boss cutrese Nicolino Grande Aracri, mentre con la mano sana prende a schiaffi Gaetano Oppido, portato da Gaetano Blasco e altri sodali nella casa del boss a Cutro. Un regolamento di conti nei confronti di Oppido, imprenditore cutrese che vive a Reggio Emilia e reo – secondo il capo clan – di non avergli versato parte dei soldi che aveva incassato da una maxi truffa da 2,2 milioni ai danni dello Stato. Gaetano Oppido è padre di Domenico, che per gli inquirenti avrebbe messo a disposizione i conti correnti della società reggiana per incassare i soldi della truffa, salvo spenderne una parte per ripianare i propri debiti. Somma oggetto poi di un sequestro preventivo dopo che gli Oppido furono scoperti grazie alle rivelazioni nel processo Aemilia del pentito Antonio Valerio. Padre e figlio hanno ora perso anche il ricorso in Cassazione presentato contro il sequestro del giugno 2019 che li aveva spogliati di contanti, immobili e altri beni per il valore appunto di 2,2 milioni di euro. Sono infatti accusati di truffa e di falso, aggravati dal fine di favorire l’associazione mafiosa di Grande Aracri.
Il 15 gennaio 2020 è stata depositata dalla procura antimafia di Bologna la richiesta di rinvio a giudizio nei loro confronti e riguarda l’incredibile truffa realizzata attraverso la formazione di una falsa sentenza del 2007, apparentemente emessa dalla Corte d’Appello di Napoli – e relativo falso atto pubblico – per una causa promossa dagli Oppido nei confronti del ministero delle Infrastrutture, utilizzato come titolo giudiziale con cui gli organismi contabili del ministero – indotti in errore – con ordine pagamento del 23 giugno 2010 hanno disposto il saldo della maxi somma in favore della società tramite una banca a Reggio Emilia. Dietro, però, c’era il clan che aspettava la spartizione della torta. —
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