Legami con la mafia siciliana: il tribunale gestirà la ditta che fa le ville ai vip reggiani
Un giudice delegato amministrerà la Lg Costruzioni, azienda di moglie e figli del boss Ignazio Salvo ucciso nel 1992
Enrico Lorenzo Tidona
REGGIO EMILIA
Grandi metrature, giardini con piscine e pareti vetrate come detta lo stile oggigiorno. Ville da sogno a Canali, Corticella o Scandiano, come vengono pubblicizzate nel sito della Lg Costruzioni, ditta che lavora da 12 anni nel settore edile reggiano costruendo le case ai reggiani benestanti, rimasta fuori dai radar dell’antimafia per lungo tempo ma dentro la quale si celava un reticolo di relazioni familiari che portano direttamente a Ignazio Salvo, esponente di spicco della mafia storica siciliana, quella di Salemi a cavallo tra imprenditoria e politica, che venne poi ucciso nel 1992.
La ditta reggiana è finita ora nel mirino dell’Antimafia tramite recenti controlli per la white list, vista la presenza della moglie e dei figli e per aver intrattenuto rapporti di lavoro e sub-appalto con ditte vicine al clan ’ndranghetistico dei Grande Aracri.
Ecco perché la Lg Costruzioni srl di Reggio è stata ora sottoposta a un «controllo giudiziario».
L’azienda è considerata esposta e per bloccare un possibile condizionamento da parte della criminalità organizzata, il tribunale di Bologna ha disposto questa particolare misura di prevenzione che durerà un anno. Una novità nel panorama italiano e applicata per la prima volta all’azienda di Reggio Emilia, che continuerà quindi a operare ma sotto il controllo di un giudice delegato e di un amministratore nominato dal tribunale. Il provvedimento è stato proposto in forma congiunta dal procuratore della Dda di Bologna Giuseppe Amato e dal questore di Reggio Emilia, Giuseppe Ferrari, con supporto investigativo del Servizio centrale anticrimine della Polizia.
La società, in seguito a una modifica della compagine aziendale, era finita sotto esame della questura. Si era infatti appurato che i soci erano riconducibili alla famiglia facente capo ai rinomati cugini Salvo, originaria della provincia di Palermo e il cui capofamiglia, già condannato per associazione mafiosa in quanto appartenente alla “famiglia” di Salemi, nel 1992 era stato vittima dell’agguato letale da parte degli esponenti di Cosa nostra Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e Antonino Gioé.
Otto anni dopo l’omicidio del padre, il figlio Luigi Salvo – allora trentenne – ha lasciato la Sicilia per trasferirsi a Reggio Emilia, dove si sono trasferite anche la sorella Maria e poi, nel 2001, la mamma, Giuseppa Puma.
Una presenza discreta, che ha portato Luigi a trasferirsi verso le colline di Albinea, dove abita oggi, mentre la mamma e la sorella vivono tra le rinomate ville della Corte San Marco a Canali, dove trattarono l’acquisto di un terreno tempo addietro.
Dopo un periodo come dipendente di Coopsette in qualità di ingegnere, Luigi Salvo si è messo in proprio. O meglio, si è messa in proprio la madre, intestataria di diverse attività a proprietà in Sicilia, e che detiene sin dall’inizio l’83% della Lg Costruzioni. Nel 2006 Puma aveva già investito su Reggio, acquistando un terreno edificabile dall’Ausl pagandolo poco meno di 200mila euro. Il figlio Luigi negli anni si è fatto conoscere nell’ambiente delle costruzioni e nella comunità locale, diventando titolare del 17% della Lg Costruzioni nel 2019, quota rilevata da un altro dipendente della società. Ed è questo cambio societario che fa scattare l’allerta dell’antimafia su imput della prefettura di Reggio Emilia. Conti e passaggi tra madre, figlio e figlia (quest’ultima vice presidente della società, presente ieri nell’ufficio di via Vincenzo Ferrari a Reggio dal quale non ha però voluto rilasciare dichiarazioni) sono stati passati al setaccio.
I controlli hanno fatto emergere fatture con ditte di pregiudicati coinvolti in Aemilia o vicini ai Grande Aracri. «Si esprime grande soddisfazione per il risultato conseguito – ha dichiarato ieri il questore di Reggio, Giuseppe Ferrari – non solo perché viene riconosciuta la validità dell’impianto probatorio prospettato dalla questura; ma anche perché quello ottenuto è un provvedimento che, con riferimento alla sua genesi, è il primo sul territorio nazionale, in quanto proposto all’organo giudicante in forma congiunta da un procuratore distrettuale e da un questore». —
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