Aemilia, in appello chiesti 28 anni di carcere per Michele Bolognino
REGGIO EMILIA
La procura generale di Bologna chiede la condanna di un altro imputato di spicco nell’appello del processo Aemilia in corso nell’aula bunker del carcere bolognese della Dozza. Ieri, infatti, il sostituto pg Lucia Musti ha chiesto ai giudici di comminare una pena di 28 anni a Michele Bolognino, ritenuto uno dei referenti del clan Grande Aracri in Emilia, in particolare nel Parmense.
In primo grado Bolognino è stato condannato a 17 anni e quattro mesi in abbreviato per associazione mafiosa e a 20 anni e sette mesi per altri reati con rito ordinario, per un totale di 37 anni e 11 mesi. Ora la pena richiesta dalla procura generale è complessivamente inferiore, vista l’unificazione dei due riti nel processo d’appello.
Sempre Musti ha poi chiesto la conferma delle pene comminate in primo grado per altri quattro imputati: si tratta di Domenico e Catianna Bolognino, figli di Michele, che in primo grado sono stati condannati rispettivamente a cinque anni e nove mesi e a due anni, e di Carmen e Mihail Vrabie, compagna e cognato di Michele Bolognino, per i quali i giudici di primo grado avevano stabilito una pena di tre anni.
Per tutti e quattro le accuse riguardano prevalentemente delle intestazioni fittizie realizzate per agevolare l’associazione mafiosa.
Prosegue quindi l’appello del processo di ’ndrangheta che ha segnato la storia di Reggio Emilia.
Una settimana fa era stata trattata un’altra posizione di rilievo, quella di Gianni Floro Vito, per il quale Musti ha chiesto una condanna a 18 anni di carcere. Floro Vito, che ha tra le accuse a suo carico anche quella di associazione mafiosa, secondo il collaboratore di giustizia Antonio Valerio sarebbe uno dei «quattro amici al bar» (assieme a Gianluigi Sarcone, Sergio Bolognino e Pasquale Brescia), vale a dire i boss che, a suo dire, continuavano a comandare nonostante fossero rinchiusi in carcere.
Un reticolo tra legami d’affari e reati in favore dell’associazione, che sono stati ancora una volta trattati nello specifico durante la discussione in appello dal magistrato che ha preso le redini della pubblica accusa che, secondo il procuratore generale di Bologna Valter Giovanni, ha scoperchiato «il marcio nella provincia di Reggio Emilia». —
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