«Tre anni di indagini e pedinamenti su ogni loro mossa»
REGGIO EMILIA.
«Una indagine lunga e complessa, che ha impegnato l’intero reparto, sfociata in una copiosa mole di materiale informatico e in un affinamento del numero degli indagati». Il Maggiore Maria Di Domenica da settembre dell’anno scorso è il comandante del Nucleo Pef (Polizia economico-finanziaria) della Guardia di Finanza provinciale guidata dal Colonnello Edoardo Moro, che ha condotto l’indagine-terremoto sulle gare d’appalto “pilotate”. Un’inchiesta che, ab origine, è partita da tutt’altra prospettiva.
«Gli accertamenti hanno preso avvio nel 2016, da una denuncia ricevuta in Procura su un fatto di presunta corruzione a carico di un giudice della Commissione Tributaria di Reggio che in cambio di agevolazioni in sede di contenzioso contattava i contribuenti per ottenere qualche utilità in cambio del buon esito sul contenzioso».
È la nota vicenda dell’avvocato Vincenzo Cecere di Parma che, di fronte alla richiesta di versare 15mila euro per favorire il suo assistito, va in Procura e fa il nome del giudice Santo Gnoni, che da quel momento viene spiato in ogni sua mossa. La Commissione Tributaria Provinciale è l’organo di primo grado che si occupa dei ricorsi dei contribuenti contro gli avvisi di accertamenti derivanti da controlli fiscali condotti sia dalla Finanza sia dall’Agenzia delle Entrate.
Il Nucleo Pef riceve dalla Procura di Reggio Emilia la delega d’indagine per accertare se la corruzione si sia o meno verificata: e da quel momento Gnoni è un sorvegliato speciale. Ben presto però lo “scavo” si incanala in un filone inaspettato: quello degli appalti pubblici.
«Il target era ben definito e focalizzato su un unico soggetto ma, come spesso succede, l’indagine ha aperto uno scenario diverso da quello iniziale, circostanza determinatasi dal secondo ruolo dell’indagato nel suo incarico dirigenziale in Comune», ha chiosato il Maggiore. Così si squaderna il tema appalti, che è una virata inaspettata per gli stessi inquirenti e che ben presto si allarga a dismisura, con un numero originario di indagati ben più elevato degli attuali 26.
Tra il 2016 e il 2017 si procede ad prima denuncia di una serie di soggetti perché emergevano già delle presunte anomalie sugli appalti.
«Le perquisizioni del 2019 altro non sono state che la fase investigativa “in discovery”, cioè l’atto palese nei confronti degli indagati all’epoca destinatari delle perquisizioni, cioè quindici».
Il percorso investigativo si è traduce in pedinamenti, intercettazioni telefoniche e telematiche di qualsiasi conversazione, dal telefonino alle mail al computer. Insomma, registrazione ad ampio spettro. Un fascicolo dalla mole non quantificabile, anche in relazione al fatto che il materiale informatico sequestrato dal giugno scorso viene affidato, per l’esame forense, a due consulenti tecnici nominati dalla Procura.
Parallelamente i finanzieri eseguono una disamina documentale dei famosi quattro bandi, su com’erano costruiti. Su eventuali futuri sviluppi per il Maggiore «questa fase attiene all’iniziativa dei singoli indagati (che possono chiedere di essere interrogati o depositare memorie difensive) e alla loro interlocuzione con la Procura. Per noi con la notifica di fine indagini preliminari l’attività è conclusa».
Un’attività che ha fatto clamore, a fronte di tante altre della Guardia di Finanza rimaste sottotraccia. «Il settore della spesa pubblica rappresenta da sempre una mission istituzionale di primaria importanza per la Guardia di Finanza, con particolare attenzione agli appalti. Gli amministratori sono i primi gestori della res pubblica e sulla gestione dei fondi pubblici, e in particolar modo in questo periodo storico, l’allerta è massima». —
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