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«Mio padre è morto di Covid, che rabbia quei bus strapieni e senza controlli»

Elisa Pederzoli
«Mio padre è morto di Covid, che rabbia quei bus strapieni e senza controlli»

La toccante testimonianza di Ilaria, figlia di Bruno Dodi «Mia figlia studia a Reggio, ma così non si può viaggiare»

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SANT’ILARIO

«Accalcati, l’uno vicino all’altro. Molti senza mascherina. L’altro giorno c’era anche un signore ubriaco che starnutiva e ovviamente ce l’aveva abbassata. E nemmeno era in grado di sistemarsela. Della ripresa delle scuole, la cosa che mi preoccupava di più era la questione del trasporto pubblico. Mi aspettavo che ci fossero controlli, vigilanza, che moderassero gli accessi e ci fossero più corse. Invece i pullman sono strapieni».

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Ilaria Dodi è la mamma di una studentessa 16enne di Sant’Ilario che studia al polo scolastico di via Makallé a Reggio Emilia. E che guarda con preoccupazione alla situazione del trasporto pubblico da Reggio a Sant’Ilario: è in particolar modo il viaggio di ritorno a essere quello più in sofferenza.

Non è una novità: i mezzi del trasporto scolastico presentano questo scenario dalla notte dei tempi. Ma quest’anno, in piena allerta Covid, non è solo questione di sicurezza stradale, bensì sanitaria. La sfida della ripresa delle scuole, dopo lo stop di quattro mesi dello scorso anno scolastico, era anche su questo fronte. E, al momento, sono solo proteste che arrivano da un capo all’altro della provincia di Reggio Emilia.

La denuncia di Ilaria Dodi non è solo quella di una mamma attenta: lei è la figlia di Bruno Dodi, il volontario della Croce Bianca morto a 72 anni il 13 marzo scorso. Una delle prime vittime in provincia di Reggio di Coronavirus.

«Siamo stati segnati da questa esperienza. Anche per questo siamo molto attenti, e lo sono le mie figlie. Ma poi la piccola si ritrova dentro a questi pullman pieni, in cui è impossibile tenere la distanza di sicurezza. Dove non ci sono controlli. È un macello. Ora vediamo come fare; se andare noi a prenderla. Ma non mi sembra giusto che la cosa funzioni così», racconta.

Sono passati sei mesi da quando Bruno Dodi non c’è più, ma il peso della tragedia che si è consumata resta. Diventa la lente con la quale guardare a una realtà, come quella attuale, dove il Coronavirus non è alle spalle, ma chiede, per essere contenuto, uno sforzo e un senso di responsabilità che chi lo sente come un’esperienza altra e lontana forse fa fatica a far proprio. Non Ilaria e l asua famiglia. «Mio padre ha iniziato ad avere la febbre il 25 febbraio, ma in quei giorni non c’era consapevolezza di quello che sarebbe capitato: i medici ci chiesero se era stato a Codogno e lui non c’era andato. Passarono diversi giorni prima che gli facessero il tampone – racconta –. Venne ricoverato in ospedale a Montecchio perché, in seguito a una caduta, perse molto sangue. Ma ci dicevano di stare tranquilli, che in base ai raggi non c’era niente. Invece, quello che ha passato quella notte in cui sono rimasta sempre al suo fianco me la ricordo bene. Non riusciva a respirare. Il mattino dopo ci hanno detto che era Covid e che sarebbe stato trasferito in Rianimazione a Reggio». Dopo, l’ospedale di Montecchio venne chiuso. «È morto dopo 13 giorni in cui non lo abbiamo mai potuto vedere. Nella mia testa, quando l’ho salutato, ero convinta invece che ci saremmo rivisti. Siamo stati tutti in quarantena, finita appena in tempo per potergli dare l’ultimo saluto. Era una persona generosa, che faceva tanto per gli altri». —

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