«O ci dà i soldi che vogliamo o gli brucio la macchina»
Minacciato il direttore di uno sportello delle Poste perché non consegnava l’ammontare richiesto da uno dei capi
REGGIO EMILIA
Non aveva consegnato la somma che si aspettavano. Per questo motivo uno degli uomini a capo della “fabbrica” delle false fatture, stava progettando di bruciare l’auto a un direttore di Poste Italiane.
Il filo rosso dei soldi passa infatti attraverso le filiali delle Poste e le filiali delle banche, dalle quali i “prelevatori” – spesso dei nulla tenenti – arricchitisi infilando il bancomat nel distributore automatico o recandosi allo sportello per portare all’incasso– si calcola nell’indagine – 50 milioni di euro.
Certo è che a beneficiarne sono stati anche degli imprenditori, secondo gli inquirenti. Come il reggiano Giambattista Di Tinco, origini calabresi e celebre titolare della Dg Service, ditta di noleggio mezzi di Calerno, sui cui pende un’accusa di frode fiscale nell’indagine Billions, «commessa dallo stesso Di Tinco» riportano gli inquirenti nelle carte dell’accusa. La prova sarebbero le fatture false tracciate in uscita da società cartierie verso la Dg Service. «Va in ultimo evidenziato che la commissione del suddetto reato ha consentito all’indagato, in base a quanto appurato dalla GdF nella informativa finale, cui si rinvia per i relativi calcoli, di conseguire un profitto illecito di € 121.588, con la conseguenza che sussistono i presupposti per chiedere il sequestro preventivo delle somme riferibili alla società e, in caso di incapienza, per equivalente sui beni nella sua disponibilità, fino alla concorrenza di tale importo».
C’è anche la richiesta – poi accolta dal giudice per l’indagine preliminare Luca Ramponi – per il sequestro di 47mila euro nei confronti di Francesco Veroni, amministratore della F.lli Veroni Spa di Correggio, celebre azienda dei salumi, finita nel calderone per le fatture della Ips spa, società che – a differenza della Veroni – secondo gli inquirenti non aveva i mezzi per offrire il servizio fatturato.
Le indagini hanno seguito quindi i soldi, dall’origine (spesso delle cartiere) alla loro destinazione (le società beneficiarie). Un caso tra i tanti, ad esempio è quello della D.I. C.T., azienda di Luigi Caccia, che la procura di Reggio ritiene una “cartiera”. Azienda che ha registrato uscite «in favore di evasori totali per un importo di euro 2,3 milioni di euro, pari al 34 % dei movimenti in uscita». Un filo rosso che ha unito i nomi di 200 beneficiari. —
E.L.T.
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