Aemilia, in appello per Omar Costi richiesta la condanna a 13 anni
La procura generale chiede la conferma della pena per l’imprenditore reggiano che si è rivolto al clan
REGGIO EMILIA
Come imprenditore reggiano si era fatto conoscere negli anni come uomo di successo. Una nomea che ha seguito per lungo tempo Omar Costi, imputato però poi nel processo Aemilia dove è stato giudicato in primo grado a una condanna di 13 anni e 9 mesi per i reati di usura ed estorsione nell’ambito del processo per mafia, pena per la quale la procura generale di Bologna ha chiesto ieri la conferma. Durante l’appello, infatti, Costi – difeso dall’avvocato Vincenzo Belli – sta cercando di far valere la sua linea di difesa sulla falsa riga di quella già esposta durante il dibattimento a Reggio Emilia.
Costi era finito in Aemilia perché considerato consapevole dei metodi estorsivi che avrebbero utilizzato personaggi legati al mondo della ’ndrangheta locale per fargli recuperare il credito di un’ingente somma di denaro vantato nei confronti di un altro reggiano. Inoltre era accusato di aver consegnato la somma di denaro ad Antonio Silipo, sapendo che era un appartenente alla consorteria criminale. Soldi usati poi per un prestito usurario offerto a una donna che aveva bisogno di contanti.
Costi è stato uno degli esempi di come la forza criminale del gruppo calabrese finito in Aemilia – e il loro metodo mafioso – hanno rappresentato una vera e propria nuova risorsa per quella stessa grande imprenditoria reggiana (rappresenta nel processo da Mirco Salsi, ex patron della Reggiana Gourmet, e da Omar Costi) desiderosa di trovare facili e rapide soluzioni alla situazione di crisi economica in cui si erano venuti a trovare (Giovanni Vecchi delle Save Group) o, più frequentemente, «di percorrere canali di recupero dei crediti più rapidi ed efficaci di quelli istituzionali dai quali non potevano ottenere identiche garanzie di successo e ai quali, talvolta, non potevano nemmeno accedere in ragione della natura illecita delle loro pretese», come viene riportato nella sentenza di primo grado di Reggio Emilia.
«Non di rado, poi, quella che rappresentava un’efficace risorsa ha mostrato il suo vero volto, palesandosi come il più feroce degli aguzzini pronto a depredare, financo cannibalizzare, quegli stessi imprenditori che al sodalizio si erano rivolti convinti di trovare una facile soluzione ai loro problemi». Ed è proprio così che il gruppo criminale, forte del successo della sua azione e delle accumulazioni di ricchezza illecita, ha vestito un abito nuovo che lo rendeva presentabile all’economia reggiana ed emiliana con la quale è entrata in affari, di cui ha mantenuto il controllo, fino a convincerla della proficuità dell’utilizzo dei suoi metodi di cui è talvolta rimasta vittima. Un quadro desolante, viste le conseguenze, raccolte nella storica sentenza che ha cambiato la percezione del radicamento della ’ndrangheta a Reggio Emilia. —
Enrico Lorenzo Tidona
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