La Bonifica riparte con la diga col «no» di chi la vuole davvero
Il Cda mette 100mila euro e chiede 5,4 milioni per uno studio di fattibilità I sostenitori del progetto Marcello: «È solo fuffa, una scusa per tirare avanti»
Mauro Grasselli / VETTO
Un nuovo passo verso la diga sull’Enza. O un passo indietro, secondo i detrattori. È quello compiuto martedì 22 settembre dal consiglio d’amministrazione del Consorzio di bonifica dell’Emilia Centrale approvando a maggioranza le «determinazioni in merito alla presentazione di una domanda di finanziamento relativa alla progettazione di una serie di interventi nel bacino del torrente Enza che comprende la realizzazione di un invaso». È la famosa diga di Vetto, di cui si parla dal 1860 (progetto Grisanti) e che tornò in auge negli anni Ottanta? Non proprio. Il progetto Marcello, del 1982, prevedeva uno sbarramento con inerti naturali alto 83 metri e 102 milioni di metri cubi d’acqua. Fu costruito il taglione, lo zoccolo in cemento attraverso l’Enza. Poi si fermò tutto. Ora si ipotizza una diga più piccola, di dimensioni medie. E per arrivare a costruirla, assieme ad altre opere, la Bonifica chiede alla Regione un finanziamento di 5,5 milioni per lo studio di fattibilità (e sarebbe l’ennesimo studio) per capire quali caratteristiche dovrebbe avere l’invaso.
QUATTRO NO, UN ASTENUTO
Il voto non è stato unanime: hanno votato contro Duilio Cangiari (Europa Verde) e chi non vuole sentir parlare di dighette o “baslotti”; coloro, insomma, che sognano la diga Marcello: Mattia Reggiani di Confcooperative, Enrico Mori e Giuseppe Grasselli della lista “Sì diga” (astenuto il 3° della lista). Per i dighisti convinti, il voto nel Cda del Consorzio è «solo fuffa: una scusa per tirare avanti la questione per altri anni. E poi: servono 5 anni per dire se serve la diga? Inoltre, non si può deliberare solo su una promessa. Come fa un ente a deliberare la spesa di 5,5 milioni mettendo 100mila euro e sperando che Regione e Ue mettano il resto»?
Bordate anche da Duilio Cangiari. «La vicenda – afferma – è quella nota della gestione della “risorsa idrica in val d’Enza” di cui si è occupata l’Autorità di bacino del Po a seguito di un finanziamento di 200.000 € dalla Regione. Lo studio serviva a definire i fabbisogni idrici nel bacino dell’Enza. Studio che la regione ha inopinatamente deciso di tenere “riservato”, tanto è vero che ad una precisa richiesta della consigliera regionale dei Verdi Silvia Zamboni è stato risposto che sarebbe arrivato ad ottobre! Una riservatezza a senso unico e a due facce, tanto che la Regione stessa nel frattempo lo ha presentato ai Comuni e alle associazioni agricole: tutto questo in via assolutamente esclusiva». Per Cangiari è «una procedura inaccettabile nella forma e nella sostanza, quasi che si volesse arrivare, attraverso un negoziato preventivo, riservato ad alcuni attori, ad un documento addomesticato per farne un prodotto blindato e inemendabile. Certamente un fatto molto grave che non depone a favore della trasparenza della nostra Regione e di tutti gli attori coinvolti e che pone una forte ipoteca sulla credibilità dei processi decisionali presenti e futuri».
«La Regione – prosegue Cangiari – sempre in via informale (vai a capire perché) ha chiesto alla Bonifica di presentare una richiesta di finanziamento per la progettazione di una serie di interventi a scala di bacino dell’Enza. Un altro studio della durata minima di quattro anni che, ci viene detto comprende, tra le altre cose, anche la verifica di fattibilità tecnico-economica di un invaso sul torrente Enza. Costo dello studio 5.500.000 € in parte finanziato con soldi della Bonifica (nostre tasse) per 100.000 € e il resto con fondi pubblici della Regione, Stato Europa eccetera. Tutto questo per un importo lavori complessivo di 250 milioni di € per la realizzazione di una molteplicità di interventi che, a loro volta, per poter essere finanziati, dovranno avere un’ennesima progettazione esecutiva, con altre risorse economiche da ricercare successivamente. La cosa si complica notevolmente».
Di certo 250 milioni non sono spiccioli. Per Cangiari, è ben difficile che si riesca a trovare una cifra di questa entità. «Ma siamo un paese dalle mille risorse e varianti – conclude Cangiari con ironia –. Sarà allora perché, usando le parole, dal sen sfuggite, del pesidente “l’invaso serve per fare cassa”? A pensar male si fa peccato, ma laicamente un dubbio ci rimane». —
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