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La didattica a distanza divide gli insegnanti tra detrattori e possibilisti

LUCIANO SALSI
La didattica a distanza divide gli insegnanti tra detrattori e possibilisti

Se n’è parlato nel salone Di Vittorio della Camera del Lavoro Cottafavi, preside del Canossa: «I metodi si possono integrare» 

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IL COnfronto

LUCIANO SALSI

Nessuno dubita che sia meglio avere di fronte gli alunni anzichè un computer e una telecamera, ma gli insegnanti si dividono sulla opportunità di valorizzare il meglio delle lezioni a distanza continuando in parte l'esperienza protrattasi per più di tre mesi. C'è chi la considera la negazione della scuola e chi vi vede, invece, una nuova risorsa da affiancare al modo tradizionale di istruire anche quando ci saremo liberati del coronavirus. Se n'è parlato mercoledì nel salone Di Vittorio della Camera del Lavoro, per iniziativa del sindacato Flc-Cgil, trattando il tema “La didattica ai tempi della pandemia”. Il sasso nello stagno l'aveva lanciato Giuseppe Caliceti, maestro e scrittore, con il suo ultimo libro “La scuola senza andare a scuola”. È toccato a lui aprire il dibattito, coordinato da Silvia Mastronardi, sintetizzando i termini della sua dura requisitoria. «Se non si va fisicamente a scuola – ha detto – quella non è scuola. Ho la sensazione che lo Stato se ne disinteressi. La scuola gli importa solo come corollario della questione femminile». Non si salva neppure, a suo parere, il modo in cui sono state riaperte le aule: «Ho fatto mio – ha spiegato – il metodo cooperativo di Mario Lodi, affine a quello di Reggio Children, che non si può praticare con i banchi separati. Questa impostazione incarna il neoliberismo che mette tutti contro tutti e annienta la solidarietà. Si abbandona un modello di scuola popolare, a cui ha contribuito anche la Chiesa, per una scuola di stampo anglosassone privatizzata e costosa».

Roberta Cardarello, docente ordinaria di pedagogia a Unimore, non condivide il suo giudizio «un po' catastrofista»: «La didattica a distanza – ha detto – è un surrogato di scuola imposto dall'emergenza. Ha avuto un carattere trasmissivo, incompatibile con un insegnamento attivo, ma non c'erano alternative. Non vedo tutti i pericoli che Caliceti prospetta. Ci sono rischi, ma la nostra società ha gli anticorpi».

È toccato a Daniele Cottafavi, dirigente scolastico del liceo Canossa, rivendicare la difesa della scuola pubblica e indicare la terza via della «didattica digitale integrata» prevista dal ministero: «Le neuroscienze – ha sostenuto – dimostrano che i processi cognitivi sono diversi per i giovani, che sono nativi digitali. A differenza della didattica a distanza puramente trasmissiva, la didattica digitale si può integrare con quella in presenza. L'insegnante elabora e trasmette i materiali informatici agli alunni, che li esaminano a casa e li possono poi utilizzare nell'aula in maniera attiva».

Ilenia Malavasi, vicepresidente della Provincia, concorda con Cottafavi: «Ai ragazzi – ha sottolineato – le lezioni a distanza sono piaciute. La scuola ha sviluppato delle competenze e ci si può avvalere di questa esperienza. La didattica a distanza ha rilevato diversità e sperequazioni, ma in qualche caso ha dato sicurezza a ragazzi che si sentivano isolati o esclusi dai loro compagni». Una nota critica è venuta da Mario Ricciardi, già membro del comitato di esperti nominato dal Ministero: «Abbiamo lavorato intensamente per tre mesi producendo due documenti finiti nel cassetto». Simone Saccani, membro della segreteria regionale della Flc, ha denunciato il pericolo che la didattica a distanza diventi l'occasione per tagliare i fondi destinati alla scuola.

Nando Rinaldi, direttore delle Scuole comunali dell'infanzia, ha evidenziato quanto sia fondamentale l'attività in presenza per i bambini più piccoli. —



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