La “Squadra Stato” che ha svelato il sistema reggiano delle fatture false
Battisti, dirigente della Mobile, svela i segreti dell’inchiesta «Abbiamo applicato tecniche tipiche del settore antidroga»
IL RETROSCENA
Ambra Prati
«Il punto di partenza, quattro anni fa, è stata un’informativa nostra su membri della famiglia Innocenti, emersi e non indagati in Aemilia, che ipotizzava una vorticosa attività di falsa fatturazione ed evidenziava punti di contatto con un’altra indagine, House of cards. Per la polizia di Stato approfondire un terreno criminale come quello dei reati finanziari, composto da nullatenenti che prelevano migliaia di euro al mese, è stata una scommessa». Così Guglielmo Battisti, dirigente della Squadra Mobile di Reggio Emilia, svela l’origine dell’operazione Billions e spiega perché segna uno spartiacque.
Lei ha ringraziato pubblicamente il pm Giacomo Forte che ha coordinato l’indagine: perché?
«Il sostituto procuratore ha “visto” la scommessa della Mobile e ha rilanciato: ha creato un gruppo di lavoro, coinvolgendo da subito la Guardia di finanza, per avviare un’inchiesta strutturata e di lungo respiro che scandagliasse il sistema della falsa fatturazione e non solo i singoli episodi. La Squadra Stato, così l’ha definita il dottor Forte, ha affiancato competenze diverse che si sono rivelate complementari».
Qual è stato il modo di procedere?
«Siamo partiti per gradi con due obiettivi: comprendere il sistema criminale e recuperare risorse da restituire alla collettività. Anzitutto abbiamo documentato uno schema classico della falsa fattura, il bonifico a una società cartiera seguito da immediati prelievi frazionati da sportelli bancomat con restituzione del denaro ed emissione di falsa fattura. Ai prelevatori spettava l’1% del bonifico, al titolare della società cartiera una percentuale a doppia cifra. Nel prosieguo abbiamo visto che questo schema base spesso non si verificava: i soldi venivano bonificati, prelevati e restituiti senza che ci fosse l’emissione di una fattura. E allora, invece di focalizzarci sul singolo passaggio, abbiamo intravisto una regia comune. Abbiamo assistito in diretta al cursus honorum criminale: si inizia dal gradino più basso come prelevatore, si passa a creare una società cartiera e poi, magari alla prima cartella esattoriale, si costruiscono società intestandole a prestanomi e coordinando una rete di prelevatori. Così ci si eleva nella scala gerarchica e si forma la catena. L’associazione (il pm ha contestato il reato associativo a 49 persone, ndr) offriva una serie di servizi finanziari illegali “chiavi in mano”, c’era perfino una cassa comune dalla quale prelevare denaro da reinvestire. L’iniezione di fatture false e di bonifici artefatti, inoltre, permetteva di gonfiare i fatturati delle società e di ottenere dalle banche mutui e fidi».
Quali sono state le tecniche investigative più utilizzate?
«Tanti pedinamenti, tante intercettazioni telefoniche e soprattutto ambientali, oltre 200mila su 92 “bersagli”, cioè singoli che magari avevano più utenze. E possiamo dire che abbiamo applicato tecniche dell’antidroga alle fatture false. Una volta individuati i gruppi si decideva di fermare i prelevatori in modo da recuperare il denaro appena prelevato dagli sportelli e monitorare le reazioni del gruppo. È significativo che, su una decina di fermati, solo uno abbia chiesto la restituzione del denaro: non capita in nessun tipo di reato. Ogni gruppo è stato colpito e a ogni somma persa l’organizzazione reagiva con incredulità, fibrillazione e commenti, che ci servivano per capire certi passaggi o avere conferme. Quello che ci ha impressionato però è che, per quanto denaro potessimo sequestrare (stiamo parlando di quasi 500mila euro), non scalfivamo l’organizzazione perché le perdite erano diluite dall’intero gruppo. Se a un narcotrafficante sequestri 150mila euro lo patisce perché sono soldi suoi; qui no, è un flusso di denaro che scorre».
Come insegna Aemilia le fatture false spesso sono un reato spia di qualcos’altro.
«Chi ha bisogno di liquidità o di un qualsiasi servizio finanziario illegale chiede aiuto all’organizzazione criminale. È vero che spesso il beneficiario non conosce chi farà la fattura, chi il prelievo o il bonifico e come verrà ripartito. È all’oscuro dei dettagli ma questa non è una giustificazione. Né ci si può nascondere dietro alla scusa “una fatturina falsa per sbarcare il lunario”: uno degli arrestati aveva 8 milioni in cartelle esattoriali ma nascondeva in casa decine di migliaia di euro in contanti. La fatturazione falsa è un reato grave, punito con la reclusione da 2 a 6 anni e con il sequestro per equivalente di quanto non versato all’erario. Chi vi fa ricorso entra consapevolmente in un sistema criminale. Gli oltre 300mila euro nascosti ovunque e le auto sequestrate dimostrano che non si tratta di un reato consumato per fame ma di un delitto che consente un rilevante accumulo di ricchezze illegali sottratte alla collettività».
Fatture false e ’ndrangheta: anche se a questi indagati non è addebitata l’associazione a delinquere, Aemilia è stata fondamentale?
«L’esperienza di certe persone “navigate” di certo ha contato. “Storicamente qui si fanno fatture false” è una frase che mi sono sentito ripetere quando io sono arrivato a Reggio, ma non capivo che cosa significasse esattamente. Che vuol dire buttarsi sulle fatture? È lo schema classico dell’artigiano con il Ducato che finge una fattura falsa da 2.500 euro o è un sistema di economia illegale? Non lo abbiamo scoperto, stiamo studiando. Ora abbiamo la certezza del fenomeno e la contezza della modalità».
Perché questa indagine è apripista secondo lei?
«Perché per reprimere un fenomeno criminale bisogna prima conoscerlo e capirlo. Abbiamo provato a scandagliare un’emergenza criminale che magari è meno visibile di altre ma non per questo meno pericolosa. Le responsabilità individuali saranno accertate in tribunale, intanto però dal punto di vista investigativo abbiamo creato una professionalità nel contrasto dei reati finanziari che andrà valorizzata. Con l’esperienza accumulata potremmo rifare la stessa indagine in minor tempo e con risultati maggiori perché lavorando si impara”.
Ne vedremo altre di queste indagini congiunte?
«Lo spero, spero di poter replicare la collaborazione con la Guardia di finanza. Resta moltissimo lavoro da fare. L’obiettivo di togliere denaro illecitamente accumulato aggredendo i patrimoni è una delle missioni della polizia». —
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