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processo camaleonte 

La cosca in Veneto Vuole collaborare ma il pm è contrario

c.g.
La cosca in Veneto Vuole collaborare ma il pm è contrario

Il 55enne Mangone deposita un memoriale e dice di temere per la sua vita, da qui la richiesta di uscire di cella al più presto La decisione spetta alla Corte 

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PADOVA

Spunta pure una disputa su un imputato che dice di voler collaborare con la giustizia ma che non trova d’accordo la Dda di Venezia.

Sta accadendo nel filone processuale con rito ordinario di Camaleonte, cioè relativo alla maxi inchiesta antimafia sulle ramificazioni della ’ndrangheta (nello specifico figure, per l’accusa, in collegamento con il clan cutrese Grande Aracri) in Veneto.

Si è candidato a fare il collaboratore di giustizia Antonio Genesio Mangone, calabrese di 55 anni con residenza a Legnaro alle porte di Padova.

E il difensore di Mangone – cioè l’avvocato Francesco Coruzzi – si è già mosso in udienza: «Il 4 maggio scorso il mio assistito ha predisposto un memoriale trasmesso al gip veneziano. È indicata la sua richiesta di collaborazione e ora ha timori per sè. Vista la dissociazione dimostrata dall’associazione mafiosa, ritengo – rimarca Coruzzi – che siano venute meno le esigenze cautelari».

Insomma per il difensore, merita la scarcerazione o una misura più lieve Mangone, detenuto nel carcere di Civitavecchia e in videocollegamento con il processo in corso a Padova.

Il collegio giudicante (presieduto da Marina Ventura) si è riservato in merito alla decisione.

Da parte sua la pm Paola Tonini è stata chiara e ha espresso parere contrario: «Mangone? Ha sempre escluso la propria responsabilità». Insomma, visto che ha negato di fare parte dell’organizzazione ’ndranghetista, finora non è mai stato preso in considerazione come collaboratore di giustizia.

Il ritratto emerso in aula di Mangone è quello di un violento, nel privato come nella “professione”, quello di riscossore di prestiti usurari per conto del clan. —

c.g.

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