Il pm Ronchi chiede 4 anni per Pagliani La difesa: «Non vi sono prove, va assolto»
L’ex politico replica in aula: «Nei miei interventi pubblici ho sempre sostenuto le interdittive antimafia del prefetto De Miro»
Tiziano Soresina
BOLOGNA
Duro scontro ieri – in Corte d’appello di Bologna – fra accusa e difesa sulla posizione di Giuseppe Pagliani (ex capogruppo Pdl in Comune e in Provincia).
Per il politico nonché avvocato reggiano la Cassazione aveva nel 2018 annullato con rinvio la sentenza, disponendo, appunto, un nuovo giudizio di secondo grado.
Pagliani venne arrestato nel 2015 al culmine dell’operazione Aemilia per concorso esterno in associazione mafiosa, perché considerato dagli inquirenti la pedina-chiave della strategia ’ndranghetista contro Antonella De Miro (allora prefetto di Reggio Emilia, impegnatasi nella lotta al clan a suon di interdittive antimafia) in cambio di voti dalla cosca. Poi la scarcerazione, l’assoluzione in primo grado dal gup e la successiva condanna a quattro anni dalla Corte di appello di Bologna. Ma la Cassazione ha rimandato indietro il processo, dicendo che era necessario risentire alcuni testimoni (una decina), rimarcando in sentenza che «l’ipotesi di accusa era stata validata ma senza ottemperare all’obbligo di riassunzione delle prove dichiarative». Esaurite le testimonianze, ieri il pm antimafia Beatrice Ronchi ha chiesto nuovamente la condanna a quattro anni di reclusione.
A quel punto è partita la controffensiva della difesa. In primis ha parlato per circa mezz’ora lo stesso Pagliani con quelle che tecnicamente si definiscono “dichiarazioni spontanee”. Ha detto che al tempo in tutti i suoi interventi pubblici aveva difeso il prefetto De Miro, ritenendo le interdittive importanti per porre un freno ai sospetti di infiltrazione mafiosa. Pagliani ha rimarcato di aver presentato una mozione a supporto delle interdittive antimafia.
E sull’incriminata cena del 21 marzo 2012 al ristorante “Antichi sapori” ha spiegato d’avervi partecipato perché pensava d’incontrare l’imprenditoria calabrese sana, come pure erano convinti i numerosi professionisti presenti. «Il teorema contro di me – ha rimarcato – è su presupposti impossibili».
A ruota il difensore Alessandro Sivelli che ha articolato per quasi due ore la propria arringa conclusasi con la richiesta d’assoluzione del proprio assistito, mentre è stata rinviata al 23 dicembre l’arringa dell’altro avvocato che tutela l’imputato, cioè Roberto Borgogno. «Non ci stupisce la richiesta di condanna – commenta al termine l’avvocato Sivelli – perché l’intento del pm Ronchi è stato più che altro quello di difendere l’indagine, giustificare quanto fatto, piuttosto che un’esposizione di elementi di prova. Ha sostenuto l’inverosimile. L’accusa non ha tenuto conto, come invece richiesto dalla Cassazione, di quanto detto dai testimoni in aula: Salerno, Sarzi Amadè, Berselli, Cataliotti. Per esempio Filippo Berselli ha negato che Pagliani nell’incontro del 2 aprile 2012 gli avesse chiesto un suo intervento (al tempo era coordinatore regionale del Pdl e presidente in Parlamento della Commissione Giustizia, ndr) contro le interdittive antimafia del prefetto De Miro. Non si possono fare i processi sul “non poteva sapere”, relativamente a tempi in cui tutti i politici reggiani non erano a conoscenza di un’infiltrazione ’ndranghetista così radicata. Da parte di Pagliani – conclude Sivelli – non c’è stato nessun contributo, nessun accordo con il clan». Relativamente all’accusa – sostenuta anche dal sostituto pg Nicola Proto – ieri sono state definite le richieste di pena per altri imputati, pure loro indicati nell’annullo con rinvio definito due anni fa dalla Cassazione. Chiesta la conferma della condanna sia per Michele Colacino (4 anni e 8 mesi), sia per Francesco Lamanna (12 anni) e 11 anni e mezzo per Romolo Villirillo (con “sconto” di alcuni mesi). Colacino – rifatto per lui il processo di appello come per Pagliani – è finito nei guai per le sue frequentazioni (Sarcone, Villirillo, Lamanna) ed era uno dei commensali della cena al ristorante “Antichi sapori”, dove arrivò provvidenzialmente in ritardo. L’imprenditore (opera nel campo dei rifiuti) ha sempre professato la sua innocenza ed è difeso dall’avvocato Luigi Colacino che farà l’arringa nella prossima udienza. Lamanna e Villirillo sono invece giudicati solo per specifiche imputazioni e la loro condanna per associazione mafiosa rimane cristallizzata. —
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