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appello di aemilia 

Chiesta per Paolini la conferma della pena La difesa: «Mai illeciti»

t.s.

Il 67enne è agli arresti domiciliari per associazione mafiosa Il legale: «Non si può condannarlo per le frequentazioni»

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BOLOGNA

Al centro del maxiprocesso d’appello di Aemilia c’era ieri il 67enne Alfonso Paolini, originario di Cutro ma da anni residente a Reggio Emilia dove tutt’ora si trova agli arresti domiciliari per le conseguenze di un serio problema cardiaco.

«UOMO BEN INSERITO»

Per la Dda è un affiliato della cosca emiliana con la propensione ad addetto alle pubbliche relazioni per tutte le conoscenze che ha tra le forze dell’ordine.

Il pm Beatrice Ronchi – nell’aula-bunker del carcere bolognese della Dozza – ha chiesto la conferma della condanna di primo grado (15 anni e 8 mesi di reclusione, pena emessa nella sentenza con rito abbreviato) per associazione mafiosa.

L’accusa lo considera capace di «penetrare negli ambienti politici, fornendo il proprio sostegno nelle elezioni di alcuni Comuni attraverso la sua fitta rete di sodali». Non solo, perché sempre il magistrato della Dda lo ritiene coinvolto nel patto mafia-politica contro le interdittive antimafia dell’allora prefetto di Reggio Emilia (Antonella De Miro), interpretando così i contatti di Paolini con il politico di centrodestra Giuseppe Pagliani per prospettargli un aiuto elettorale («Giuseppe ti dico sono gente che... i voti ti porteranno in cielo»).

L’ARRINGA DIFENSIVA

Un teorema accusatorio “aggredito” ieri dall’avvocato difensore Federico De Belvis, con un’arringa di circa un’ora.

«Nonostante il mio assistito sia la persona più evocata e intercettata dell’operazione Aemilia – rimarca De Belvis – non gli viene contestato alcun reato, a parte il 416 bis. Tutto si può dire di lui, tranne che abbia compiuto fatti illeciti. Altro, infatti, non è emerso, a parte l’inopportunità delle sue frequentazioni con Nicolino Sarcone, ma non lo si può certo condannare solo per queste».

«non sono un ’ndranghetista»

In primo grado Paolini aveva ha negato con forza il legame con la consorteria ’ndranghetistica legata al clan Grande Aracri, ripercorrendo le tappe della sua “carriera” di uomo dalle mille relazioni, grande organizzatore di cene di pesce, dispensatore di biglietti per i big match del calcio internazionale, frequentatore dei convivi tra imprenditori, forze dell’ordine e bel mondo.

«Tutto fatto alla luce del sole – aveva detto in aula – fossi stato un ’ndranghetista mica andavo fuori a cena con le forze dell’ordine. Che figura ci facevo?».

Paolini quel giorno nell’aula-bunker di Reggio Emilia non aveva scordato neppure i voti che, per sua stessa ammissione, avrebbe smistato a decine in favore di gran parte dei politici locali, da destra a sinistra: «Io sono un venduto della politica. Ho dato voti a tutti». —

t.s.

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