Dal cantiere per la costruzione del Mire emerge un antico acquedotto romano
L’opera, che in antichità trasportava un’enorme quantità di acqua, è oggetto di uno scavo archeologico e poi sarà ricoperta
reggio emilia
Anche se del Mire ancora non si vedono le fondamenta, da quella che sarà una delle più grandi strutture sanitarie italiane dedicate alla maternità e all’infanzia è già nato – o per meglio dire emerso – qualcosa. I resti di un antico acquedotto di epoca quasi certamente romana, imponente rispetto ai suoi “colleghi” o alle altre tubature antiche rinvenute in provincia di Reggio Emilia. L’opera millenaria è stata scoperta durante gli scavi di cantiere accanto al Core diverso tempo fa, con non poca sorpresa. A raccontarlo è Claudia Reggiani, ingegnere e direttore del dipartimento tecnico che segue i lavori per il Mire.
«Sapevamo già che durante gli scavi per costruire il Core erano state trovate delle esistenze antiche – racconta – ma erano dei piccoli acquedotti in tuboli che si possono smontare ed era questo che ci aspettavamo di trovare anche per il Mire. E invece, in un angolino, è emerso un manufatto di dimensioni decisamente superiori ma sempre della tipologia degli acquedotti».
Il cantiere aveva già l’autorizzazione per lo smontaggio di eventuali reperti storico di quel tipo ma, continua la Reggiani, «visto che sembrava esserci un importante tratto di un acquedotto di cui non c’erano conoscenze, se non forse in un altro passaggio in provincia, la Sovrintendenza ci ha chiesto di poter indagare anche nell’area del prato che non sarà oggetto di cantiere per il Mire». Insomma, i lavori per il reparto materno infantile proseguono senza intoppi se non qualche ritardo in fase di progettazione per ottenere i permessi dalla Sovrintendenza. Lo scavo archeologico è infatti un’opera parallela a puro scopo scientifico e di indagine storica.
«Abbiamo il compito di scavare – conclude la direttrice – pulirlo e rappresentarlo fotograficamente anche in tre dimensioni. E poi richiudere il tutto. C’è l’idea di un progetto di valorizzazione, magari creando un parco archeologico sul tema delle acque, oppure di renderlo visibile nel tratto del piano interrato del Mire dove sarebbe passato. Ma sono tutte idee embrionali». A svelare altri dettagli sull’opera – senza anticipare la Sovrintendenza, titolare delle scoperte e delle indagini ancora in corso – è infine l’ingegnere e direttore dei lavori di scavo archeologico, Simona Vallicelli.
«Si tratta di una struttura probabilmente attribuibile all’epoca romana – spiega – che presenta una sezione di un metro e mezzo di larghezza e altrettanto in altezza. È costruito in conglomerato cementizio di dimensioni significative e in buone condizioni per l’estensione del tratto che attraversa il lotto». Interessante poi il fatto che gli si affianchino «altre due condotte in laterizio scoperte con il cantiere per il Core, evidentemente doveva esserci una buona fonte di approvvigionamento a monte». Dove partisse e fin dove arrivasse l’acquedotto, però, è ancora un mistero che, forse, sarà chiarito con l’avanzamento dello scavo archeologico. —
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