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La rivendicazione 

«L’emergenza sanitaria non può essere un alibi per non ritoccare i salari»

«L’emergenza sanitaria non può essere un alibi per non ritoccare i salari»

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REGGIO EMILIA

«Pretendiamo che la sicurezza dei lavoratori resti al primo posto dei doveri aziendali in questa fase pandemica e per il futuro, ma l’emergenza sanitaria non può essere un alibi per non riconoscere aumenti adeguati». È questa una delle rivendicazioni messe in chiaro anche ieri dai metalmeccanici reggiani. Tra crisi Covid e contratto scaduto, la tensione sembra infatti salire anche a Reggio Emilia, dove era regnata sostanzialmente la pace tra datori di lavori e dipendenti in questi mesi difficili. Certo è che la situazione non sembra volgere al meglio, soprattutto sul fronte sanitario, che avrà nuovamente effetti sul tessuto economico, tra incertezze e possibilità di compiere nuovi passi indietro tra ordini e fatturati. Ecco perché la chiamata allo sciopero di ieri e dei giorni precedenti ha avuto presa tra i lavoratori.

Uno sciopero riuscito ieri anche alla Walvoil, dove le Rsu Uilm e Fiom riportano reparti produttivi fermi negli stabilimenti di Pieve, di Bibbiano e di Corte Tegge. Non è stato risparmiato nemmeno il Gruppo Interpump (di cui Walvoil è l’azienda più importante).

Mentre il titolo vola in Borsa «ai lavoratori vengono negati aumenti dalla Federmeccanica» tuonano i sindacati: «Una contraddizione difficilmente spiegabile ai lavoratori – sottolineano i sindacati reggiani –. Improbabile pensare che si smorzino gli animi tra i metalmeccanici della nostra provincia».

«Ricordiamo poi agli industriali che quest’anno i sacrifici più grossi li hanno fatti le lavoratrici e i lavoratori – concludono Fim Fiom Uilm – con molte ore di cassa integrazione e facendo i salti mortali con i figli a casa da scuola. Vorremmo ascoltare la Confindustria dedicare qualche parola anche al mezzo milione di precari lasciati a casa prima del lockdown, oltre che chiedere altri soldi a pioggia per le grandi imprese. Invece ci tocca sentire sempre gli stessi soliti slogan vittimistici da trent’anni. Forse si convincerà qualche politico, di sicuro non verranno creduti dai lavoratori». —

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