«Non ci sono analisi sull’acqua pompata dal Po per irrigare»
Vetto, Lino Franzini sulla qualità dei milioni di metri cubi prelevati all’impianto di Boretto
IL DIBATTITO
«IL Consorzio di Bonifica dell’Emilia Centrale ha inteso rassicurare gli agricoltori e consumatori sulla qualità delle acque irrigue del Po dal Consorzio gestite». Lo afferma Lino Franzini, presidente del comitato per la diga di Vetto, ideata fin dall’Ottocento lungo l’Enza all’altezza della Stretta di Vetto. «Nella nota – afferma Franzini – si afferma che “le acque sono monitorate e che l’esito delle analisi si può leggere sulla pagina web del Consorzio”, chiarendo tuttavia, non senza nostra sorpresa, come la competenza istituzionale in materia di qualità delle acque del Po spetti ad Arpae e non a chi distribuisce queste acque agli agricoltori. Comunque, dalla consultazione della pagina web del Consorzio non appaiono disponibili le analisi delle acque del Po utilizzate nella stagione irrigua del 2020; ci si domanda pertanto come centinaia di milioni di metri cubi di acqua del Po, sollevate dall’impianto idrovoro di Boretto o da altri impianti, siano state distribuite e ritenute idonee in base a quali analisi, a quelle degli anni precedenti».
Prosegue poi il presidente del comitato per la diga: «I nostri dubbi sulle acque del Po erano mirati a conoscere l’entità delle microplastiche e nanoplastiche presenti in queste acque utilizzate ad usi irrigui, che da dichiarazioni di vari siti Internet risulterebbero essere presenti in queste acque in grande quantità. Uno studio recente, fatto proprio sulle acque del Po, chiamato “Un Po di plastica”, condotto da Aica (Associazione internazionale per la comunicazione ambientale), realizzato in collaborazione con Erica Società Coop ed Eri (European Research Institute) durante l’evento Keep Clean and Run, ha fatto il campionamento dei rifiuti plastici presenti nel fiume Po prelevando acque a monte della nostra provincia e a valle della stessa, presso Felonica (Mantova). Franco Borgogno, ricercatore dell’European Research Institute fa presente, sulla scorta di studi scientifici che le nano/microplastiche si diffondono nell’aria, nel suolo e nei mari, e che ora se ne stanno studiando gli effetti sulla salute; fa presente che gli inquinanti rilasciati dalle nano/microplastiche, possono essere ingeriti e finire nel sistema endocrino umano; inoltre preoccupano gli inquinanti organici (Pop), il Pcb e il Ddt; prodotti resistenti alla decomposizione: tutto questo è riportato sul sito “Medicina e Salute On Line” in un dossier dedicato al fiume Po (vedasi link https://www.envi.info/un-po-di-plastica/). Alla luce degli accertamenti sopra richiamati, e per il principio di precauzione dovuto, per dare maggiori rassicurazioni sul fatto che le acque del Po siano idonee ad usi irrigui, sarebbe preferibile che Arpae o chi per lei, nelle analisi rilevasse anche l’entità delle nano/microplastiche presente nelle acque del Po, per fugare ogni dubbio sulla presenza e sulla pericolosità di questi elementi».
«Non è intenzione di questo Comitato allarmare o alimentare polemiche, né contrapporsi al Consorzio di Bonifica Emilia Centrale, con cui confidiamo di poter collaborare su questioni come quelle toccate che sono di interesse generale – prosegue Lino Franzini – ma occorre anche ribadire che ci aspettiamo risposte conferenti nelle competenti sedi istituzionali, per rispetto di chi definì la diga di Vetto “urgente ed indifferibile”, ritenendo quest’opera indispensabile per gli usi irrigui e idropotabili, anche a seguito delle contaminazioni delle acque (così si legge nel giudizio di compatibilità ambientale del 6 ottobre del 1992) e per rispetto verso i cittadini Italiani che hanno pagato parecchi miliardi di vecchie lire per un’opera progettata, appaltata e iniziata, fatta sospendere e mai ripresa; nonostante la sentenza della Suprema Corte di Cassazione a sezioni unite e il giudizio di compatibilità ambientale favorevole a quest’opera. Vogliamo ribadire che se non arriveranno le risposte che attendiamo, ci sentiremo autorizzati a cercare interlocutori come Efsa, ministero della Salute e la UE». Tutto ciò, conclude Franzini, «ritenendo indispensabile e inderogabile la ripresa dei lavori di uno dei pochi invasi italiani con destinazione plurima; idropotabile, irriguo ed energetico, oltre a migliorare l’ambiente, creare migliaia di posti di lavoro e portare sviluppo turistico su queste terre, e non certo accettare una proposta di un invaso da 35 milioni di metri cubi, che all’agricoltura darebbe poco e ai paesi montani e all’ambiente nulla». —
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