«Ho dovuto insistere per fare il tampone e sono positivo»
REGGIO EMILIA
«Sono preoccupato, mi sembra che la situazione sia fuori controllo. Se non avessi insistito per farmi fare il tampone, poi risultato positivo, non me lo avrebbero fatto. E sono anche passato per ipocondriaco».
A parlare è il reggiano Luca Ligabue, che nella vita fa il consulente informatico e che ha da poco scoperto di essere positivo al Covid. «I primi sintomi – racconta – sono comparsi domenica mattina: mi sono svegliato con due linee di febbre, male alle ossa, mal di gola, raffreddore... i classici sintomi da influenza. Ma visto che a gennaio avevo avuto una polmonite interstiziale monolaterale (non so se fosse Covid, all’epoca non se ne parlava) ero in allerta. Nel pomeriggio sono peggiorato: dolore articolare, spossatezza, la febbre si era alzata. Ho chiamato la guardia medica ma avendo 37,4 mi ha detto di non preoccuparmi, prendere la tachipirina e aspettare. Ad andare a sera sono peggiorato ulteriormente, allora mi sono deciso ad andare al pronto soccorso. Al triage spiego tutto e l’operatore mi chiede: “E perché è venuto qui?”. Per lui avevo sintomi troppo lievi, ma comunque mi hanno fatto entrare. Sono rimasto in attesa tre ore e poi mi hanno fatto un’ecografia. Alla dottoressa che mi ha visitato ho raccontato della polmonite e, solo per questo, ha deciso di farmi il tampone. Mi ha detto che sarebbe stata l’Igiene pubblica a contattarmi per riferirmi l’esito». Sul sito dell’Ausl, però, Ligabue scopre che l’esito sarebbe stato pubblicato anche sul suo libretto sanitario, e così, dal lunedì mattina, si mette a consultarlo. «Alle 15 di lunedì compare il risultato: positivo. Chiamo il mio dottore, quello di mia moglie, la pediatra di mia figlia... tutti mi dicono che se ne doveva occupare l’Ausl. Chiamo l’Ausl, mi dice che deve contattarmi l’Igiene pubblica. La telefonata arriva martedì pomeriggio. Mi chiedono con chi avessi avuto a che fare i due giorni prima della comparsa dei sintomi e alla fine decidono che solo mia moglie e mia figlia (e non i miei colleghi, anche se sono andato al lavoro venerdì, e gli amici che ho incontrato sabato) devono fare il tampone. Passa un altro giorno ma non sentiamo nessuno, allora ha telefonato mia moglie, si è arrabbiata e ha ottenuto l’appuntamento per lei e mia figlia per venerdì. Cioè sette giorni dopo la scoperta della mia positività. La situazione non mi sembra proprio sotto controllo...». E aggiunge: «Ho dei dubbi anche sul funzionamento dell’app Immuni. Io ce l’ho, ho inserito la mia positività e avrei dovuto dare il codice agli operatori dell’Ausl... ma non l’hanno voluto, mi hanno solo fatto delle domande a fini statistici». —
M.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google