Gazzetta di Reggio

Reggio

Quelle fucilate contro un prete Il buco nero della storia reggiana

ANDREA MASTRANGELO
Quelle fucilate contro un prete Il buco nero della storia reggiana

Trent’anni fa a Montericco veniva ammazzato don Amos Barigazzi Un delitto irrisolto di cui non è mai stato chiarito nemmeno il movente 

4 MINUTI DI LETTURA





misteri di reggio

ANDREA MASTRANGELO

C’era un sacco di gente ad assistere al funerale di un povero prete di campagna, un pomeriggio d’autunno, nel duomo ma soprattutto fuori dal duomo. Tanta di quella gente il prete lo conosceva bene, ma erano ancora di più quelli che non lo conoscevano affatto. Eppure applaudirono anche loro, al passaggio del feretro portato a spalla, anche quelli che il prete non l’avevano mai visto.

Quel prete si chiamava Amos, don Amos Barigazzi. Faceva parte di una lunga stirpe di fratelli e sorelle, nativi delle campagne di Correggio. La faccia di don Amos da qualche giorno era sui giornali di Reggio; perché qualcuno l’aveva ammazzato con una fucilata, sparata a bruciapelo nel garage della sua canonica, a Montericco. La telefonata di una donna urlante che parlava di un cadavere rovesciato per terra, fra la macchina e quattro sedie impilate, arrivò la mattina del 18 ottobre 1990. Trent’anni fa.

TROPPE PISTE, NESSUNA PISTA

L’uccisione di don Barigazzi rappresenta uno dei più colossali buchi neri nella storia della Reggio del dopoguerra, dal momento che un episodio di una tale gravità non solo non ha mai trovato un colpevole ma non ha mai trovato nemmeno un movente. Anzi, di moventi ne ha trovati troppi.

Quel prete aveva due greggi di anime dei quali occuparsi: quello della parrocchia di Montericco e quello degli internati all’Ospedale psichiatrico giudiziario, che all’epoca era ancora nel vecchio monastero di via dei Servi, dietro al palazzo dello sport. Dopo una serie di malaugurati errori che indirizzarono le ricerche nella direzione sbagliata (non si capì subito che il delitto era stato commesso con una fucilata, si pensò prima a un attrezzo agricolo), la presenza del sacerdote in un ambiente particolare come l’Opg – con la presenza di reclusi anche potenzialmente pericolosi – non poteva che far concentrare l’attenzione sulle conoscenze acquisite nel suo mandato fra le celle. Un uomo di quella generosità e disponibilità, si era forse rifiutato di favorire qualcuno? O forse, come la retorica delle cronache ripete troppo spesso, aveva saputo qualcosa che avrebbe dovuto restare lontano da orecchie estranee? Sta di fatto che l’ambiente dell’Opg venne setacciato, senza però che si riuscisse a individuare alcun contatto particolare, alcuna circostanza che potesse far imboccare una pista. Fra l’altro, don Barigazzi era solito aiutare gli internati anche al di fuori delle sbarre, seguendoli nel loro reinserimento, portandone qualcuno in canonica. Un modo di agire, quest’ultimo, che l’aveva messo in contrasto con più di un parrocchiano.

Proprio l’ambiente della parrocchia di Montericco fu scandagliato alla ricerca di un perché. Ne emerse una realtà difficile da classificare, nella quale convivevano odi reciproci, con fazioni distinte fra i sostenitori del parroco e i suoi detrattori. Si arrivò a provvedimenti estremi, come il sequestro di tutti i fucili dalle case della zona, senza però che questo portasse ad alcun risultato concreto.

il diario

Uno dei primi oggetti che la polizia sequestrò dall’abitazione di don Amos il giorno del delitto fu il suo diario. Un diario da povero prete, una banale agenda per i conti della spesa sulla quale il parroco era abituato a segnare giorno per giorno non solo le sue spese ma anche le impressioni quotidiane. Si pensò di poterne cavare qualcosa di decisivo, si credette di trovare qualche messaggio particolare fra le righe ma tutto finì ancora una volta in niente. Di certo restava solo la testimonianza della sorella Adua, che parlava di un don Amos turbato nei giorni immediatamente precedenti il delitto. Ma a nessuno il prete aveva rivelato i motivi del suo turbamento.

dopo tanti anni

Passano più di vent’anni e il caso si riapre, anche alla luce delle possibilità investigative offerte dalle nuove tecnologie. La polizia torna nella canonica di Montericco (nel frattempo parecchio cambiata) ed esegue sofisticati esami. Non servono nemmeno quelli, tutto resta a un punto morto, anche il movente rimane un grande punto interrogativo.

Dopo trent’anni, sono scomparsi tanti fra coloro che accompagnarono don Amos nella sua avventura di pastore dei poveri e l’urgenza di trovare risposte circa la sua fine si affievolisce. Di questo sacerdote resta l’applauso che una folla in gran parte di sconosciuti gli volle tributare un pomeriggio, davanti al suo feretro. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google