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la tradizione 

Dal metato alla “batdura” l’arte antica dell’essicazione

Adr.Ar.

La castagna ha rappresentato per secoli la base dell’economia di sussistenza della montagna e ancora oggi molti produttori usano il metodo tradizionale  

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carpineti

La castagna ha rappresentato per parecchi secoli la base dell’economia di sussistenza montanara, la base con cui fare la polenta alla base delle misere diete invernali delle aree rurali. L’Appennino Tosco-Emiliano presenta caratteristiche ideali per la crescita e lo sviluppo della pianta e dei suoi innesti, a partire dal celebre marrone, e l’intera fascia dalla pedecollina sino ai mille metri presenta tantissimi castagneti.

Non tutti coltivati, anzi, specialmente nei punti meno accessibili. La coltura della castagna è un impegno annuale, che richiede impegno e cura per le piante, lavoro di fino in primavera per gli innesti e vive il suo massimo sforzo in autunno.

A settembre, puliti i boschi, tocca alla raccolta dei frutti dai ricci e alla loro pulizia. Per essere conservate a lungo, le castagne che non vengono consumate fresche vengono essiccate.

Oggi esistono procedure più tecnologiche, il metodo tradizionale è un rito affascinante e impegnativo, che ha come base il metato, l’edificio in sasso su due piani sistemato fra gli alberi.

Nel piano inferiore si fa fuoco per quaranta giorni filati, in quello superiore si gettano man mano le castagne raccolte. Alla fine, si procede alla “batdura”, per eliminare i gusci e gli scarti, e ottenere il frutto secco pulito.

Una porzione delle castagne essiccate viene mantenuta integra, impiegata anche per diversi dolci tradizionali; la parte principale serve per realizzare la farina di castagna, da usare per la polenta così come per altri piatti legati ai mesi freddi.

La produzione della farina porta anch’essa ad antiche usanze.

L’ideale è l’impiego di mulini ad acqua, ma si tratta di impianti sempre meno diffusi. E quelli attivi servono abitualmente i produttori di cereali e altri frutti, per lavorare adeguatamente la castagna senza contaminazioni è necessario interrompere un ciclo e dedicarsi all’altro. I mulini ad acqua superstiti sono ormai pochissimi, nel reggiano non ve ne sono di attivi, chi vuol fare la farina deve rivolgersi all’Appennino modenese, alla zona del Pavullese e di Gombola, o svalicare il confine con la Toscana, puntando verso la Garfagnana e la Lunigiana, dove si trovano ancora diverse strutture specializzate nella castagna e del farro, ad esempio nell’area di Filattiera.

In diversi punti della montagna reggiana, a fianco di torrenti e piccoli corsi d’acqua, sono presenti ancora parecchi vecchi mulini, alcuni dei quali restaurati ma non usati attivamente per varie questioni logistiche e territoriali. Uno dei più suggestivi si trova nel bellissimo borgo di Cecciola, nell’alto ramisetano. —

Adr.Ar.

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