Gazzetta di Reggio

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l’udienza preliminare 

Condanne a 116 anni in rito abbreviato Per il giudice “esportata” Aemilia in Veneto

Francesco Furlan
Condanne a 116 anni in rito abbreviato Per il giudice “esportata” Aemilia in Veneto

Gli imputati “reggiani” in gran parte colpiti in tribunale a Venezia dal verdetto di primo grado del giudice Marini

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VENEZIA

Condanne per oltre 116 anni e somme da confiscare per più di 15 milioni di euro, in buona parte nei confronti di quegli imprenditori veneti che, secondo la procura e il tribunale di Venezia, si sono messi a disposizione del clan Bolognino, collegato alla famiglia calabrese-emiliana di ’ndrangheta, Grande Aracri.

Ieri è arrivata la sentenza per 35 imputati che hanno scelto la strada del rito abbreviato (con la riduzione di un terzo della pena) nell’inchiesta Camaleonte – altri 14 imputati sono a dibattimento al tribunale di Padova – sull’associazione di stampo mafioso e sui rapporti con alcuni imprenditori veneti accusati di aver partecipato in episodi di usura, riciclaggio, minacce e fiumi di fatture false tra le province di Venezia, Padova, Treviso e Vicenza. Per riciclare il denaro fatto in Calabria.

Trentadue le condanne, le più pesanti riguardano proprio i fratelli Bolognino, che avevano casa a Tezze sul Brenta. Michele, ritenuto a capo dall’organizzazione e già condannato nel processo Aemilia, è stato condannato dal giudice Luca Marini a 13 anni e 4 mesi – così come era stato richiesto dal pm della procura antimafia Paola Tonini – mentre il fratello Francesco a 6 anni e 4 mesi. Nei confronti della figlia di Sergio (imputato a Padova, ritenuto l’altro boss dell’organizzazione), Noemi Andrea Bolognino, per la quale la Procura antimafia aveva chiesto una condanna a 1 anno e 5 mesi, il tribunale ha deciso invece il non doversi procedere, essendo il reato estinto per intervenuta prescrizione. Condanne pesanti anche per colui che è ritenuto essere il commercialista del clan, Donato Agostino Clausi (12 anni e 6 mesi, in continuazione), di Crotone, e gli imprenditori veneti coinvolti nell’inchiesta della procura.

Adriano Biasion, di Piove di Sacco, è stato condannato a 3 anni e nei suoi confronti è stata disposta la confisca di oltre 5 milioni e 200 mila euro per il profitto da reati tributari e da riciclaggio. Due anni invece a Leonardo Lovo, di Campagna Lupia, più la confisca di 5 milioni e 200 mila euro. Entrambi – ha ricostruito la procura, con indagini affidate al comando dell’Arma di Padova – erano agli ordini dei Bolognino per il giro di fatture false, e la cassaforte del nero. Proventi realizzati tramite società cartiere come la Biasion group e Biasion Adriano Srl, nel campo dell’edilizia. Inoltre i due erano amministratori di fatto di decine di altre società fittizie.

A parlare di un giro di riciclaggio di denaro sporco, per somme di almeno 200 mila euro al mese, era stato nel corso delle indagini il pentito Giuseppe Giglio. Tutti condannati gli imputati della nostra provincia, accusati per lo più di riciclaggio in concorso con l’aggravante mafiosa: Antonio Brugnano, Gianni Floro Vito, Salvatore Innocenti, Giuseppe De Luca, Carmine Colacino, Vincenzo Marchio, Marco Carretti e Sergio Lonetti. Infine 6 anni, 2 mesi e 20 giorni nei confronti di Tobia De Antoni, di Fossalta di Portogruaro, ritenuto uno dei picchiatori usati per riscuotere i debiti non saldati, al soldo di Mario Vulcano (condannato a 4 anni e mezzo nello stesso procedimento), che in Emilia rappresentava i Bolognino e la cosca Grande Aracri. «Io sto facendo il mafioso qua», dice una delle frasi intercettate dagli inquirenti nel corso delle indagini, mentre è in fase di recupero crediti.

Il gup Luca Marini ha condannato anche Biasion e altri a risarcire i danni subìti dagli imprenditori che si sono costituiti parte civile, tra i quali i trevigiani Stefano Venturin (provvisionale di 150 mila euro) e della moglie Maria Giovanna Santolini (altri 150 mila). —





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