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Il report di Unindustria  

Epidemia, l’export si rivela un boomerang Con il crollo Reggio ha sofferto il doppio

Enrico Lorenzo Tidona

Vendite all’estero in picchiata: nei primi 6 mesi cassa integrazione esplosa del 1500% contro il 662% della media italiana

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REGGIO EMILIA

Non c’è solo la pericolosa recrudescenza dell’epidemia sanitaria. C’è anche la conseguente epidemia economica, vale a dire la frenata mondiale dell’industria, del commercio e dei servizi, che segue le misure restrittive imposte per evitare il collasso dei sistemi sanitari su scala mondiale. Certo è che ad incepparsi è proprio la locomotiva dell’export, quella cinghia di trasmissione e accrescimento del valore con il resto del mondo in cui una provincia come Reggio Emilia primeggia a livello europeo, ma che durante la prima ondata di Covid, nei i primi sei mesi dell’anno, si è rivelata un boomerang, come ribadisce il report sulla meccanica di Unindustria. Bloccandosi, le vendite all’estero hanno fatto segnare una richiesta di cassa integrazione a Reggio doppia rispetto alla media italiana nei primi sei mesi dell’anno. Un blocco che, pur sperando che sia solo localizzato alle zone rosse, sembra nuovamente alle porte.

«La pandemia ha travolto e stravolto i sistemi produttivi a tutti i livelli. Per affrontare la sfida dei mesi a venire occorre proseguire in tutte le azioni volte a supportare l’impegno che le imprese stanno compiendo per far ripartire il Paese, così come sarà indispensabile continuare nel processo di innovazione e di trasformazione digitale». Bastano queste ulteriori parole spese ieri da Sandro Bordoni, presidente del Gruppo Metalmeccanico di Unindustria Reggio Emilia, per capire che il suo precedente richiamo al lavoro «pancia a terra» forse non basta più. L’infezione del sistema economico è ancora alle porte, anche se a bilanciarne gli effetti ci sono i sistemi di prevenzione già testati durante la prima ondata di Covid.

Ora però stiamo entrando nel vivo della seconda ondata nella seconda parte dell’anno, in cui sembra coincidere in verità un recupero degli ordini. Intanto, però, nel consuntivo del primo semestre 2020 spicca una cassa integrazione del primo semestre 2019 a Reggio Emilia, pari al +1.500%, più del doppio rispetto alla media italiana che è stato del 662%.

Secondo il gruppo metalmeccanico industriale reggiano, che rappresenta oltre 400 aziende per un totale di 27.000 addetti e sta partecipando all’iniziativa nazionale di Federmeccanica “I giorni della metalmeccanica”, non bisogna dunque fermarsi con aiuti e innovazione.

Se l’export della provincia reggiana nel primo semestre ha raggiunto i 4,4 miliardi di euro, in diminuzione del 19,5% rispetto allo stesso periodo del 2019 (un trend peggiore del dato nazionale pari al -15,3%), a essere interessati risultano tutti i macrosettori, anche se con intensità diverse, mentre nel primo trimestre il chimico-farmaceutico e l’alimentare avevano evidenziato invece una tenuta sui mercati esteri. Le produzioni metalmeccaniche risultano comunque tra le più colpite, mentre per quanto riguarda le aree di destinazione dei prodotti metalmeccanici provinciali si osserva un calo tendenziale «molto accentuato», conferma Unindustria, verso tutti i principali mercati di sbocco: Regno Unito (-35,6%), Francia (-24,0%), Stati Uniti (-23,7%) e Germania (-20,7%). Osservando il capitolo occupazione, dunque, dopo cinque anni di ripresa nei primi sei mesi del 2020 le ore di cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga nelle imprese metalmeccaniche sono state pari a 16 volte quelle dello stesso periodo del 2019. Al 31 maggio scorso, così, il bilancio sugli ultimi 12 mesi del mercato del lavoro locale indica una diminuzione di 3.273 posizioni lavorative. Considerando i prossimi scenari, nel settore metalmeccanico industriale reggiano il 28,9% delle imprese intervistate dichiara ordini negativi rispetto al trimestre precedente, il 21,1% indica invece un aumento dei volumi degli ordini, mentre il restante 50% si attende una stabilità dei volumi. Per il terzo trimestre del 2020, invece, le attese sulla produzione restano negative. Complessivamente, i livelli di attività sono previsti in calo dal 31,6% delle imprese, mentre il 23,7 prospetta «incrementi». —

Enrico Lorenzo Tidona

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