Dalla Resistenza all’ingiusto carcere La verità inseguita per cinquant’anni
Fu tra i massimi protagonisti della guerra di Liberazione Ma l’accusa per il delitto Pessina condizionò tutta la sua vita
LA STORIA
ADRIANO ARATI
Cattolico diventato comunista sbalzato fra la guerra combattuta, la guerra fredda, i sogni di una generazione unica, il triangolo rosso, l’anticomunismo di Stato e del clero, le giustizie nascoste per decenni. Poche biografie come quelle di Germano Nicolini possono raccontare le complessità e i tormenti della storia del ’900 dell’Italia, una storia in cui spesso Reggio Emilia si è trovato a essere crocevia, modello e luogo di esperimenti.
Nicolini nasce a Fabbrico il 26 novembre 1919, in una famiglia contadina di tradizione cattolica. Studente molto promettente, nonostante le ristrettezze del periodo e problemi di salute, riesce a diplomarsi in ragioneria, dopo aver dovuto abbandonare il liceo classico per motivi sanitari. Si iscrive poi alla Bocconi di Milano e al momento dell’entrata in guerra – come studente universitario – viene arruolato come ufficiale dell’esercito, del Terzo Reggimento Carri. L’8 settembre 1943, lo stesso giorno dell’armistizio, viene catturato dai tedeschi assieme al suo reparto a Tivoli. Riesce a scappare e torna a casa, ricercato come migliaia di altri giovani.
Entra nelle fila della neonata Resistenza e, grazie alla pregressa esperienza militare, diventa uno dei comandanti della 77esima Brigata Sap “Fratelli Manfredi”, nome che omaggia una famiglia di Sesso massacrata dai fascisti. A capo del terzo battaglione, uno dei più numerosi con centinaia di unità, partecipa a una quindicina di conflitti, comprese le battaglie di Fabbrico e di Fosdondo di Correggio. I nomi di battaglia cambiano, da “Demos” a “Giorgio” sino al definitivo “Diavolo”: a darglielo sono due staffette, due sorelle, che lo vedono scappare lungo un argine saltando a destra e manca, proprio come un diavolo.
L’impegno alla guida della formazione viene apprezzato, il nome del giovane Nicolini è sempre più noto e appena finita la guerra il 27enne Germano viene nominato comandante della piazza di Correggio, si occupa dei rapporti fra gli enti della Bassa e il rappresentante degli alleati anglo-americani.
Responsabile del carcere, in diverse occasioni evita che alcuni compagni partigiani maltrattino o prelevino dei prigionieri fascisti, poi aiutati anche in altri modi. Un’attenzione che alcuni fascisti gli riconosceranno durante il processo.
La guerra ufficiale è finita, ma le tensioni e le ingiustizie di vent’anni di dittatura fascista non possono placarsi, il territorio reggiano è animato da voglie di vendetta che porteranno alle uccisioni e alle scomparse del cosiddetto Triangolo Rosso, fra Reggio, Modena, Ferrara e Bologna, un fenomeno che costrinse all’intervento diretto l’allora segretario del Pci Palmiro Togliatti. Nicolini diventa segretario dell’Anpi correggese ed entra nelle fila del Pci. Nel marzo 1946 entra in consiglio comunale a Correggio nelle fila del Partito Comunista e pochi mesi dopo, a dicembre, è lui a prendere il posto del dimissionario Arrigo Guerrieri come sindaco.
Fanno scalpore i voti favorevoli che arrivano da tre consiglieri dell’opposizione democristiana. Nel frattempo, è successo il fatto che segnerà la sua vita. Il 18 giugno 1946, vicino alla parrocchia di San Martino Piccolo di Correggio, il parroco don Umberto Pessina viene ucciso con due colpi di pistola. Le indagini, dopo aver imboccato altre piste, convergono su partigiani comunisti che avevano sempre ritenuto il prete vicino ai fascisti. Gli autori materiali, si scoprirà in seguito, sono tre resistenti, Cesarino Catellani, Ero Righi e William Gaiti, ma nel 1947 l’accusa viene affibbiata ad altri tre partigiani, Ello Ferretti, Antonio “Negus” Prodi e Nicolini, coinvolto dalla testimonianza di un’abitante della zona, Ida Lazzaretti. Nel 1992, la nipote della Lazzaretti spiegò che la parente aveva mentito, convinta dal parroco don Enzo Neviani con una somma in denaro.
È l’inizio di un periodo in cui è la politica a vincere su tutto. Il vescovo di Reggio, Beniamino Socche, chiede ripetutamente una condanna e muoverà pedine locali e nazionali, orchestrando una vera campagna. La Guerra Fredda è alle porte e lo stesso Pci nazionale esita a intervenire, per timore di toccare equilibri più grandi. Il processo viene spostato da Reggio a Perugia per legittima suspicione, sempre su pressioni di Socche, proprio come dopo il 7 luglio 1960 il processo per i morti di piazza verrà trasferito a Milano. A rileggerla oggi, è una storia di omissioni, di confessioni estorte con la tortura, di testimonianze ignorate e di malintesi che vengono rilevati al solito Socche, che ben si guarda dal riferirne pubblicamente, intenzionato a ottenere a ogni costo una condanna per le violenze subìte dal clero reggiano. Il testimone chiave, l’ex partigiano Antenore Valla, racconta durante il processo di essere stato torturato dal capitano dei carabinieri Pasquale Vesce, successivamente promosso generale. Valla aveva affermato, in un primo momento, di essere stato informato del delitto da Prodi, autore materiale assieme a Ferretti su ordine di Nicolini, in quel momento impegnato altrove, e in seguito venuto a conoscenza della vera dinamica del giugno 1946. Due dei veri autori dell’uccisione, Catellani e Righi, erano fuggiti in Jugoslavia dopo il delitto e nel 1948 Catellani e Righi confessano spontaneamente, spiegando di aver ucciso don Pessina per errore, ma la dichiarazione viene ritenuta una manovra del Pci correggese per scagionare Nicolini. Le pressioni sono enormi, come emerso mezzo secolo dopo. Il 26 febbraio 1949 la Corte d’Assise di Perugia condanna il Diavolo come mandante di omicidio volontario premeditato, con una pena di 22 anni di carcere.
Ferretti e Prodi scontano 7 anni, Nicolini ben 10 dopo aver rifiutato di fuggire in Cecoslovacchia attraverso il consolidato canale costruito dal Pci nel periodo.
Dopo essere stato scarcerato, cerca di ottenere giustizia, nel silenzio di un territorio e di un partito che forse con quella vicenda sperava di aver cancellato una pagina poco chiara, quella del Triangolo Rosso. Solo nel 1990 arriva la svolta, grazie al celebre “Chi sa parli” di Otello Montanari, partigiano all’epoca parlamentare comunista. Il terzo uomo sinora sconosciuto, William Gaiti, si fa avanti e il 10 settembre confessa il suo ruolo. Tre anni dopo, l’8 giugno 1994, Ferretti, Prodi e Nicolini vengono riconosciuti innocenti durante il processo di revisione dalla Corte d’Appello di Perugia, in cui sono rappresentati dal reggiano Dino Felisetti e da Giuliano Pisapia. Nicolini ottiene due miliardi e mezzo di lire di risarcimento, i veri autori non vengono condannati per l’applicazione retroattiva dell’amnistia Pella del 1953. Nel 2000 Gianni Francesco Mattioli, ministro per le Politiche comunitarie, racconta delle visite ricevute dal padre Pietro, pm del processo del 1947. Il vescovo Socche in diverse occasioni visita il magistrato e chiede una condanna per Nicolini. —
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