Gazzetta di Reggio

Reggio

Quel filo fra Nicolini e i morti del 1960

andrea mastrangelo

Vittima predestinata di un’epoca oscura in cui la guerra fredda si combatteva in tutte le borgate, di casa in casa

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andrea mastrangelo

Due sono i ricordi di Germano Nicolini che restano nella memoria di giornalista.

Il primo risale alla fine degli anni Ottanta, quando la Gazzetta si trovò a scegliere una fotografia a corredo dell’ennesimo servizio sull’uomo che tutti sapevano innocente ma che portava sulle spalle una condanna falsa e iniqua. Si scelse l’immagine in bianco e nero del comandante Diavolo, di spalle, che camminava in mezzo alla campagna con il suo cane lupo. Dava l’idea di una solitudine immensa.

Il secondo ricordo invece è del 2006, quando mi ricevette nella sua casa di Correggio per una intervista. Saranno state le due e mezza del pomeriggio, lui gentilissimo mi fece accomodare in salotto, al tavolo da pranzo, e chiese una cortesia: prima di partire con le domande voleva dire qualche parola, come premessa. Impossibile dire no a quella richiesta. Nicolini parlò ininterrottamente fino alle 7 della sera, senza che io riuscissi ad aprire bocca. Sul mio taccuino si erano accumulate pagine e pagine con annotati molti fra i fatti più significativi della storia reggiana dagli anni della guerra in poi.

Germano Nicolini può essere rappresentato a pieno titolo come il simbolo – meglio, come la vittima – delle contraddizioni, dell’oppressione ideologica, del cieco perbenismo, dell’oscurantismo clericale che gli italiani dovettero subire negli anni Cinquanta. Basta guardare al cinema italiano per capire di cosa stiamo parlando. Non per nulla il primo intellettuale dell’epoca, Pasolini, definì terribili quegli anni.

Reggio Emilia sapeva bene di cosa si parlava. Nicolini diventò il colpevole dell’uccisione di un sacerdote perché aveva tutte le caratteristiche giuste per esserlo. Comunista, capo partigiano, autorità riconosciuta, non gli mancava nulla per trasformarsi in vittima predestinata di una guerra fredda che non si combatteva fra le grandi potenze ma in tutte le nostre borgate, casa per casa.

La figura dell’allora vescovo di Reggio, Socche, fu il simbolo della volontà di non trovare alcuna mediazione fra due mondi che collidevano, ma anzi di andare a uno scontro frontale, con un solo possibile perdente.

Nicolini era colpevole della morte di don Pessina a prescindere dai fatti. Colpevole perché era bene, per la morale italiana dominante, che così fosse. Occorreva tranquillizzare, non dovevano essere insinuati dubbi su quale fosse la parte giusta. L’eventualità di condannare un innocente era un effetto collaterale da mettere nel conto, e da accettare.

Ma il saldo di quella guerra fredda tutta italiana non era ancora arrivato, e a pagare doveva ancora essere Reggio Emilia. Bastava attendere qualche anno, fino al 1960. Cinque nomi reggiani finivano sulle lapidi, cinque uccisi da colpi sparati da rappresentati dello Stato che non hanno mai pagato per questo.

Fra Germano Nicolini e i morti di Reggio Emilia c’è un filo diretto, l’inizio e la fine di un mondo del quale c’è ben poco da rimpiangere. Il comandante Diavolo ha avuto almeno un privilegio dalla sorte: vivere abbastanza per vedersi riconosciuta quella innocenza che tutti sapevano ma che solo la giustizia, per un tempo troppo lungo, si ostinava a ignorare.

Il risarcimento umano e morale ricevuto per quella condanna e per gli infami anni di carcere è stato il trasformarsi, negli anni della sua quarta età, in simbolo dei valori finalmente condivisi. Fazzoletto dell’Anpi al collo, lucido e sereno fino all’ultimo, è stato l’immagine del 25 Aprile, la festa degli italiani. Le sue parole erano per i giovani, quelli che nulla sapevano della sua storia ma che dal comandante Diavolo erano attratti; per quella figura, quella dirittura morale che appariva evidente dalla sua persona.

Un risarcimento sufficiente? Forse no, ma è bello pensare che sul finire della sua lunga vita Nicolini abbia saputo chiaramente che l’Italia migliore era accanto a lui. —





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