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Nell’emergenza sanitaria è diventata cruciale ma a che punto è la scuola?

marco cosentina; * Docente di storia e filosofia
Nell’emergenza sanitaria è diventata cruciale ma a che punto è la scuola?

La riflessione di Marco Cosentina, docente di storia e filosofia tra didattica a distanza e precari: «Occorre capire, dibattere»  

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l’intervento

marco cosentina

Da insegnante è molto tempo che ragiono sul senso da attribuire nella nostra epoca alla funzione della scuola, individuando almeno tre tracce:

1) La scuola come ultimo avamposto di negoziazione simbolica e intergenerazionale, vissuta nell’interazione concreta e dinamica, a partire necessariamente dallo spazio complesso del corporeo.

2) La scuola come sistema di ricomposizione delle lacerazioni che attraversano ed erodono i meccanismi di quella coesione sociale sempre più vulnerabile.

3) La scuola come elemento di stabilizzazione di quelle tendenze compulsive che innervano la meccanica della Crisi.

Improvvidamente la pandemia da Covid-19 ha reso evidente la centralità di un’istituzione più volte data per spacciata, in nome del protagonismo di ben più attrezzate, seducenti e innovative agenzie formative. Un’istituzione caracollante sotto i colpi di una politica che indistintamente l’ha utilizzata come pungiball per i propri esercizi ideologici, destituendone legittimazione e margini di manovra. Un’istituzione infine che non riesce più a mantenere vitale il proprio ancoraggio al dettato costituzionale, né a reinventare un proprio orizzonte di autodeterminazione, un’azione di amplio respiro declinata su ambizioni di democratizzazione. E allora perché la scuola, nella spirale virulenta del morbo, è così cruciale? Perché ogni tenuta civile oggi sembra dover per forza passare dall’imperativo categorico della sua apertura? Si tratta dell’esigenza di gestire una generazione assoggettata all’ipermaterno? Di garantire un assetto che tranquillizzi i mercati? Di prevenire il declino feroce di interi strati sempre più vulnerabili? E il gioco vale la candela se, come contraltare, espone a un rischio innegabile, nonostante i protocolli in atto, quella che è la più anziana categoria di insegnanti in Europa?

Occorre capire; occorre dibattere! La scuola è presenza autentica, certo! Ma i dispositivi che alimentano il pensiero critico, quello che agisce solo se innestato in un paesaggio corale, quale resa e quale agibilità hanno a fronte del disciplinamento necessario per fronteggiare la paura? Perché è così difficile discuterne? Davvero la didattica digitale è fallace solo perché non garantisce il controllo del processo formativo? E cosa lo garantisce in presenza? Provocazioni? Forse, ma che è necessario affrontare se vogliamo superare indenni questa prova così oscura. E ciò al di là dei soliti registri comunicativi che semplificano o lottizzano a seconda delle convenienze da clan.

La scuola è agita in prima istanza da cittadini, non missionari, né vittime sacrificali pronte ad immolarsi in nome di questa o quella visione prospettica. Cittadini senza contratto da più di due anni, spesso precari da venti, che non vengono mai chiamati ad esprimersi sugli altrui dettami, che rinunciano ad alzare la testa, anche perché spesso ormai stanchi o sfiduciati di tutto ciò che è piombato loro da molteplici controriforme.

Le domande che ho posto all’inizio sono tutte ancora inevase; la scuola inerte si difende, supportata spesso da una professionalità coerente, altre volte da una buona intenzionalità autopunitiva. La scuola ci parla senza sapersi narrare. I nodi restano tutti evidenti, a partire dal vissuto dei ragazzi, tanto imprescindibile, quanto a volte rimosso, per finire ai meccanismi di aziendalizzazione competitiva, che al contrario separano selezionando, anziché unire valorizzando. L’insegnante è una traccia nel monitor, l’aula è deserta. La scuola si osserva spaurita, ma non cede. Ma a che punto è la scuola? Già, a che punto è la notte? —

* Docente di storia e filosofia

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