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Com'è lo stato dello Stato? Pessimo

Stefano Scansani
Com'è lo stato dello Stato? Pessimo

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani

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REGGIO EMILIA. Il Covid è una complicanza anche per il senso della Stato. Che era cattivo prima, e ora è pessimo. La pandemia sta mettendo alla prova il concetto che hanno dello Stato i cittadini, le categorie sociali ed economiche, la cultura della partecipazione.

Prima gravava la crisi, poi è iniziata la decadenza dei doveri nella piena rivendicazione dei diritti, anche ad personam. Infine, ha fatto irruzione il virus che ha aumentato la febbre delle negazioni, dell’invidia sociale, delle divisioni, di una critica e di una pretesa abnorme nei confronti dello Stato. Al riguardo è esemplare la lettera di Corrado Ligabue, pubblicata ieri. L’incipit è la celebre frase che John Kennedy pronunciò il 20 gennaio 1961, quasi sessant’anni fa, nel discorso del suo insediamento alla Casa Bianca: “Non chiederti cosa può fare il tuo Paese per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese”.

La frase kennediana è inossidabile. Ci fa bene rileggerla. Perché l’Italia ha certamente fame di statisti, ma l’idea di Stato è così derelitta - da sempre - d’aver capovolto la partecipazione in pretesa, l’attività in passività. La condivisione in contestazione. Sempre il lettore della Gazzetta, Corrado Ligabue, centra il problema: “Abbiamo l’obbligo morale di lasciare momentaneamente da parte le ideologie, la sterile polemica politica, gli egoismi, gli ‘affari’ e i guadagni, le vacanze e gli svaghi, le utopiche personali strategie risolutive ed accettare sacrifici e rinunce anche importanti, di ritrovare lo spirito di gruppo facendo quadrato attorno a chi ha la gravosa responsabilità del decidere”.

Non è una chiamata retorica. Ma la maniera per saltar fuori dal problema, grave, mortale, inedito. La libertà, libertà, libertà – invocata mercoledì sera anche sotto il portico del municipio reggiano da un’accozzaglia di persone alterate e disinformate – è un’altra cosa.

La libertà è responsabilità. Per il bene comune, cioè la salute degli altri e la propria. Chi va battuto: il baratro economico, il signor Giuseppe Conte oppure il virus? La risposta (sbagliata) sta nella soddisfazione delle italianissime ansie per l’indennizzo automatico, a pioggia, a fondo perduto. Quando invece dovremmo essere tutti chiamati alla partecipazione e al sacrificio.

Provate a rivoltare la frase premasticata “lo Stato mette le mani nelle tasche degli italiani”… “Gli italiani mettono le mani in tasca per lo Stato”. Impossibile, in un Paese di evasori. La metà degli italiani non dichiara reddito; 18 milioni di concittadini versano soltanto il 2 per cento di Irpef.

Quasi la metà degli italiani, 29,204 milioni pari al 48,38 per cento, non ha redditi e vive quindi (vivrebbe) a carico di qualcun altro. Arrivo al dunque: il 13 per cento degli italiani con redditi da 35mila euro in su versa il 58,9 per cento di tutta l’Irpef. Quindi 5,724 milioni di contribuenti pagano tasse annuali per 1.966 euro che si riducono a 1.348 euro per singolo abitante. Il gettito non copre il costo pro capite della spesa sanitaria che è di circa 1.886 euro. Il Paese è ad altissima infedeltà fiscale.

Scrivo questo per identificare un primario ingrediente della disistima che molti cittadini hanno dello Stato, della loro pretesa nei confronti dello Stato. A ciò vanno aggiunti gli sperperi, le anomalie, le corruzioni, le burocrazie. A ciò vanno collegate la recrudescenza del Covid, la spensieratezza che è seguita al primo lockdown, le colpe dei governanti, quelle di chi specula dall’opposizione, quelle della sarabanda inscenata da parecchi scienziati televisivi. Kennedy: “Chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese”. Lavarmene le mani (con il gel, visti i tempi).

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