Gazzetta di Reggio

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proposte di progetti dopo la pandemia 

Se la Città dell’infanzia diventasse riferimento anche per gli anziani

Matteo Alberini* ; *Segretario provinciale SPI-CGIL
Se la Città dell’infanzia diventasse riferimento anche per gli anziani

Le misure mettono a dura prova la terza età, non soltanto per le patologie Gli effetti indiretti sulle condizioni di vita: stravolgimenti, chiusure, isolamento

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Matteo Alberini*

In questo momento così complicato per la vita di tutti, c’è una categoria di persone che patisce ancora di più gli effetti della pandemia. Si tratta degli anziani, che rappresentano un terzo della popolazione provinciale. Non intendo parlare del maggior rischio di conseguenze gravi in seguito ad un contagio, quanto degli effetti indiretti sulle loro condizioni di vita causate dagli stravolgimenti dovuti alle misure per contrastare l’epidemia di Covid-19.

ATTIVI E NON AUTONOMI

La parola “anziano” definisce ormai una ampia classe di età, dai convenzionali 65 anni ai centenari, e soprattutto una vasta gamma di condizioni di salute, sociali, economiche. Andiamo dal pensionato attivo che vive appieno il suo tempo liberato dal lavoro (viaggia, ha consumi culturali, hobbies, dà una mano al welfare familiare se ha nipotini o congiunti bisognosi di assistenza, spesso impegnato nel volontariato), alle persone con un ridotto grado di autonomia, con patologie croniche più o meno invalidanti, che sono aiutate dai loro familiari o assistite a casa dalla badante, fino a quelli seguiti dai servizi socio-sanitari, per arrivare ai ricoverati nelle strutture assistenziali per non-autosufficienti.

In questi mesi tutti gli attori del sistema socio-sanitario hanno fatto un lavoro straordinario – dopo la iniziale, comprensibile impreparazione – per tutelare la salute di questo pezzo di popolazione, oggettivamente più fragile, ma occorre riflettere sul fatto che il protrarsi dello stato di emergenza determina effetti alla lunga molto pericolosi per le condizioni di vita e per la stessa salute della popolazione anziana.

IL SENSO DI SOLITUDINE

I centri sociali chiusi – tutto il giorno – dall’ultimo Dpcm, la drastica riduzione del servizio dei centri diurni, gli inviti a non uscire di casa, stanno aumentando il senso di solitudine di molti di questi nostri concittadini. Il rinvio delle prestazioni sanitarie non urgenti ha fatto sì che alcuni non stiano più curando nel modo adeguato le loro patologie, o si vedono posticipare i controlli periodici, con inevitabili conseguenze sulla loro salute futura. I medici di famiglia non hanno più tempo per seguirli come prima, in alcuni casi hanno sospeso del tutto le visite non urgenti. Lo spostamento nei vari poli ospedalieri della provincia delle prestazioni di diagnostica o cura che un tempo erano erogate in ogni distretto costringe ad un pendolarismo che può essere molto complicato per un anziano, se non dispone di un accompagnatore.

DIFFICOLTà, ANSIA E INSICUREZZA

Molte cose che un tempo potevano essere fatte di persona anche da soggetti con un ridotto grado di autonomia (riscuotere la pensione, andare in farmacia, recarsi dal parrucchiere…) richiedono appuntamenti o procedure, spesso da fare on-line, che non sono alla portata della maggior parte degli anziani, e che comunque inducono difficoltà, ansia, insicurezza.

Potrei fare molti altri esempi, ma la cosa più grave, che va affrontata velocemente, è la chiusura delle Rsa alle visite dei familiari, che sta determinando tra gli ospiti casi di un rapido degrado delle facoltà relazionali e cognitive. Occorre garantire la sicurezza evitando l’abbandono, ad esempio attrezzando in ogni Rsa uno spazio protetto da un vetro in cui incontrare periodicamente i propri congiunti.

Alla preoccupazione per queste emergenze si deve aggiungere la consapevolezza che assieme alla necessaria tutela della salute pubblica, per la popolazione anziana occorre prestare un “di più” di attenzioni circa la esigenza di garantirne le relazioni sociali e – per i non-autosufficienti – il rispetto della loro dignità personale.

RISPETTARE TEMPI ED ESIGENZE

Intendo dire che le persone che hanno bisogno di assistenza devono veder rispettati i loro tempi e le loro esigenze (i pasti agli orari giusti, l’igiene personale, le terapie necessarie, le relazioni interpersonali) oppure necessitano di un aiuto per la pulizia e la manutenzione quotidiana dell’alloggio, per chi non ha familiari disponibili. In sostanza occorre un potenziamento del servizio domiciliare e la creazione di una piccola rete di contatti per chi vive solo, ma anche cose più “leggere” quali l’eliminazione delle barriere, architettoniche ed anche burocratiche, affinché si possano muovere con agevolmente nella società dei “pienamente abili”.

un nuovo modo di progettare

Già da prima del Covid, riflettendo sulla sfida della longevità, si è compreso che occorre organizzare la nostra società in modo da gestire questa fascia sempre più ampia di popolazione con servizi e politiche adeguate ai loro bisogni. Per fare questo occorreranno investimenti economici ingenti, maggior coordinamento tra il pubblico, (enti locali, Ausl), i medici di Medicina Generale, il Terzo settore ed il volontariato sociale, il privato, ma anche nuove idee, un nuovo modo di progettare gli spazi ed i servizi, dei nuovi modelli economici.

Se Reggio Emilia nei decenni passati è diventata giustamente famosa a livello mondiale per come si è presa cura dello sviluppo dell’infanzia, oggi la nuova sfida per la nostra comunità, per il futuro post-Covid che speriamo vicino, potrebbe essere quella di diventare un punto di riferimento per le buone pratiche rivolte alla popolazione anziana.

non a lockdown su base anagrafica

Siamo radicalmente contrari all’idea di lockdown su base anagrafica. Non si possono mettere in un angolo gli anziani, non solo perché saranno una parte sempre più consistente della popolazione, ma semplicemente perché non è giusto, non fa parte della nostra civiltà.

Si deve fare in modo che continuino ad essere una parte attiva della società, per poter fornire un contributo non solo economico ma anche valoriale alle giovani generazioni. Lo Spi-Cgil ha aderito alla campagna, promossa dalla Comunità di sant’Egidio, intitolata provocatoriamente “senza anziani non c’è futuro”. Noi ci crediamo. —

*Segretario provinciale SPI-CGIL

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